Automotive, il conto salato dei motori spenti
Tre miliardi evaporati in dodici mesi non sono una fluttuazione statistica. Sono il rumore sordo di catene che rallentano, capannoni che spengono i macchinari, contratti di fornitura che scadono e non tornano più.
Il conto salato
A mettere nero su bianco la “ritirata” dell’automotive, le tabelle asettiche dell’ultimo Osservatorio sulla componentistica di Anfia e Camera di Commercio di Torino. Il giro d’affari dell’indotto scivola a 53,5 miliardi. L’occupazione cede oltre due punti percentuali.
Dietro la contabilità dei bilanci, una verità industriale che la politica continua a scansare con formule di circostanza. L’Italia delle quattroruote ha prodotto appena 473mila veicoli nell’ultimo anno: un crollo del 20% che riporta indietro gli orologi di mezzo secolo. Un indotto non vive di promesse o di convegni sul futuro della mobilità, ma di lamiere stampate, cablaggi, trasmissioni e stampi.
Se la fabbrica madre non produce, la filiera a valle soffoca. La grande faglia si chiama Stellantis. Il cordone ombelicale con l’ex gruppo nazionale si sta spezzando nell’indifferenza generale. I fornitori che lavorano con il colosso italo-francese sono scesi al 56%, la quota di ricavi dipendente da Torino è crollata a poco più del 20%. Le commesse storiche si esauriscono e i nuovi bandi migrano verso est o oltre il Mediterraneo.
Un vuoto riempito dai giganti asiatici
Chi ha investito per decenni in qualità oggi si sente rispondere che il prezzo è troppo alto, i margini li deve tagliare chi sta in fondo alla fila. Più di metà delle aziende segnala l’impossibilità di farsi riconoscere gli aumenti di energia e materie prime.
Nel frattempo, la grande transizione ideologica verso l’elettrico presenta il conto più amaro: una rotta incerta che ha paralizzato gli investimenti europei senza creare un mercato. A riempire il vuoto, i giganti asiatici. La Cina è già il secondo fornitore di componentistica in Italia, con una quota del 10% destinata a salire.
Importiamo da Pechino ciò che non fabbrichiamo più a Mirafiori, a Melfi o ad Atessa. Chiamarla crisi congiunturale è un alibi da salotto televisivo. Questo è un declassamento strutturale, un deserto manifatturiero. Sembra impossibile far ripartire i motori di questa filiera al collasso.
Leggi tutte le news sull’Automotive
Torna alle notizie in home