La crisi di Flotta Italia, la pesca affonda
Le richieste di Agripesca, le denunce di uno stato di fatto sul quale non si interviene
Mentre i porti italiani si trasformano in cimiteri di legno e acciaio, l’economia del mare di casa nostra affoga in una crisi strutturale senza precedenti. Dal 2000 a oggi l’Italia ha visto evaporare oltre il 20% della propria flotta, cancellando 18 mila posti di lavoro. Le 12mila imbarcazioni superstiti navigano oggi con un’età media superiore ai 50 anni.
La crisi di Flotta Italia
A strangolare le nostre marinerie è una morsa letale: l’impennata selvaggia dei costi operativi — guidata da un caro gasolio diventato insostenibile — unita al calo della produttività biologica e all’aumento delle temperature dei mari.
A coronare il disastro intervengono le mannaie ideologiche della Politica Comune della Pesca dell’Unione Europea, imposte con tagli alle giornate di mare e vincoli decisi a Bruxelles senza reali valutazioni d’impatto socio-economico.
Un dramma che si scarica sui marittimi imbarcati: con il contratto “alla parte”, zero ore di navigazione equivalgono a zero euro in busta paga, spingendo oltre 60 mila famiglie sull’orlo del baratro.
Le richieste di Agripesca
Di fronte a questa emorragia, la posizione di Agripesca — guidata a livello nazionale da Mario Serpillo — rifiuta la logica delle elemosine d’emergenza e dei cerotti stagionali. I pescatori non sono predatori da colpevolizzare, ma i primi e autentici “custodi del mare”.
Per garantire la sopravvivenza del comparto, Agripesca insieme alle principali sigle del settore ha messo sul tavolo del Masaf cinque richieste inderogabili: proroga del credito d’imposta sul gasolio al 31 dicembre 2026, ammortizzatori sociali strutturali, risorse straordinarie per coprire gli extracosti senza intaccare i fondi destinati all’ammodernamento delle navi, revisione utile agli indennizzi e sospensione semestrale dei contributi previdenziali.
Agripesca chiede inoltre l’estensione della “Cambiale Azzurra” per le imbarcazioni oltre i 24 metri, un ascolto diretto delle marinerie e una programmazione pluriennale 2027-2030 per ridare redditività, dignità e futuro ai giovani.
La denuncia
C’è però una cecità collettiva che si consuma ogni giorno nelle case degli italiani. Ogni giorno, sedendosi a tavola, i consumatori non si rendono forse minimamente conto di cosa stiano mangiando. Ignorano che il pesce fresco e sano pescato dalle nostre flotte locali viene rimpiazzato da prodotti provenienti dall’altro capo del mondo.
Due pesci su tre delle nostre tavole non sono stati pescati nei nostri mari. Si sta imponendo la logica cinica di un mercato globale degradante. Un paradosso grottesco, perché come la macchina più perfetta «I piccoli produttori, la piccola pesca, quelli che effettivamente producono il buon cibo, il sano cibo, sono mandati a morire», afferma. Una realtà amara che Carello traduce in accuse circostanziate sulla beffa del fermo biologico: «Noi siamo nel fermo per la pesca del gambero e vediamo i pescherecci della Tunisia venire a pescare nelle nostre acque. Il fermo biologico vuol dire salvaguardare il mare. Perciò, l’interesse dello Stato qual è? È veramente il nostro bene oppure affossarci. Oppure ancora ci hanno venduto? Quale bandiera dobbiamo alzare domani mattina, il tricolore o un’altra?».
Altrettanto dura è la denuncia sull’invasione di prodotto pescato dall’Oceano Indiano. «Durante l’anno – racconta – arrivano i tonni che non hanno bisogno di alcuna certificazione e costano tre euro. Io, invece, devo aspettare un anno per andare a pescare i tonni e devo fare le certificazioni alla Capitaneria quando sbarco, trovandomi nello stesso mercato dell’importazione. Impossibile».
Una stortura sistemica assurda a tutti gli effetti. Infine, l’appello per una visione di prospettiva: «Fanno finta di ascoltarci, ma i risultati dove sono? Noi abbiamo bisogno di un programma a lungo termine. Non abbiamo bisogno di ricevere indicazioni e promesse per l’annata 2025. Non mi serve. Io ho bisogno di sapere cosa devo fare nel 2027, nel 2028, nel 2029 e nel 2030. Ho bisogno di uno schema. Abbiamo bisogno di andare a lavorare e di essere aiutati a valorizzare il nostro prodotto».
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