Dimettersi sarebbe il primo gesto davvero politico nell’assordante silenzio del Campo largo
Le parole sono lo strumento di comunicazione più potente che abbiamo, donano direzione al linguaggio e forma al pensiero. Le parole ci permettono di capire noi stessi e il mondo che ci circonda, ci consentono di veicolare le nostre emozioni, di definire la nostra identità e di interagire con i nostri simili.
La parola è il veicolo attraverso il quale conferiamo significato alla nostra esistenza e interagiamo nel mondo. A volte bene altre malissimo. Perché c’è un limite che non dovrebbe mai essere superato ed è quello del linguaggio che degrada, umilia, allude. Nel caso delle ginocchiere evocate dal deputato M5S Silvestri, il punto non è cosa volesse dire – liberissimo ovviamente di accusare il governo di subalternità, di remissività, persino di servilismo nei confronti di Trump e Netanyahu – ma come lo si sia scelto di dire. Ed è qui che la polemica prende connotati completamente diversi, non più schermaglie d’Aula, bensì una questione di civiltà pubblica.
Le parole hanno un peso, sempre. Le parole sono sostanza, decidono il perimetro di ciò che una comunità considera dicibile, tollerabile, perfino spiritoso. E chi fa politica questo dovrebbe saperlo più di chiunque altro. Anzi, lo sa. E la condanna a Silvestri parte proprio da qui, dalla consapevolezza di quanto detto. Se un deputato affida il proprio messaggio a un’allusione che riduce il confronto a dileggio sessuale, non sta soltanto esagerando i toni, sta abbassando l’asticella del discorso democratico e sta chiudendo ogni possibilità di dialogo corretto.
E alla luce di quanto detto, dire poi che era una mtefaora, una provocazione, una battuta mal riuscita, risulta ancor più di cattivo gusto. L’ingenuità è il lusso che non può permettersi chi siede in Parlamento. Le metafore non cadono dal cielo: si scelgono. E quando una metafora si presta solo a evocare sottomissione sessualizzata e disprezzo, allora il problema non è la suscettibilità di chi ascolta. Il problema è la volgarità di chi parla.
E a questo punto vien naturale chiamare in causa chi, nel campo progressista, oggi tace o peggio sussurra. Dove sono Elly Schlein, Giuseppe Conte, il fronte che richiama sempre all’attenzione nel linguaggio, al rispetto istituzionale, al contrasto agli stereotipi?
Se si chiede coerenza agli avversari, bisogna praticarla anzitutto in casa propria. Altrimenti, come al solito, facciamo due pesi e due misure. Qui non siamo più nel territorio delle formule istituzionali discutibili, ma in quello della degradazione deliberata. È un salto netto, impossibile da relativizzare con il solito armamentario della bagarre politica.
Un conto è la disputa, anche simbolica, su ‘signor Presidente’, come ricorda la premier Meloni citando la Boldrini, un altro è un lessico che non punge politicamente, ma degrada. E quando la polemica scivola nel sessismo, non c’è cavillo linguistico che tenga.
Le scuse a questo punto non bastano. Servirebbe un’assunzione piena di responsabilità. E sì, sarebbe un gesto nobile se Silvestri si dimettesse. Non per soddisfare il tribunale dei social, ma per rispetto verso le donne nelle istituzioni, tutte: quelle che combatte, quelle che difende, quelle che rappresenta. Anche perché un parlamentare non rappresenta soltanto il proprio partito o la propria rabbia del giorno. Rappresenta la dignità dell’incarico che ricopre. E quella, almeno in teoria, non dovrebbe mai avere bisogno di ginocchiere.
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