Dopo il vertice tra i leader del campo progressista il nulla. E Renzi si è stancato di Conte
A ben vedere, a parte una comunione di intenti decisamente basilare e una vaga road map utile solo a stabilire tempistiche del tutto approssimative, dall’incontro non è uscito molto altro
Salutato quasi come un successo, il vertice tra i leader del campo progressista di venerdì scorso non sembra in realtà aver prodotto i frutti tanto entusiasticamente annunciati. Di fatto, da allora tutto è rimasto pressoché fermo da un punto di vista pratico.
Un nuovo incontro, questa volta non tra i leader ma tra i capigruppo delle forze di opposizione che entreranno a far parte dello schieramento chiamato a sfidare alle urne quello guidato da Giorgia Meloni, è stato annunciato. Ipotizzato entro questa settimana, ma non si sa nulla di più. La conferma, non senza un certo stupore, arriva proprio da alcuni dei partiti chiamati a raccolta. Che sono però ancora in trepidante attesa di conoscere i dettagli dell’appuntamento. E più trascorre il tempo senza che i temi specifici all’ordine del giorno vengano espressamente definiti, più si fa strada l’idea che in realtà la distanza sui punti fondamentali dell’intesa sia ancora siderale.
Il nodo Ucraina e le primarie
D’altronde, a ben vedere, a parte una comunione di intenti decisamente basilare e una vaga road map utile solo a stabilire tempistiche del tutto approssimative, dall’incontro tra i promotori del blocco progressista non è uscito molto altro. Al di là della pubblicità che ne è stata data. Il nodo sulla politica estera è rimasto banalmente sospeso. Pd e Movimento 5 Stelle hanno ancora un approccio distante un abisso sulla questione del sostegno all’Ucraina. Per quanto riguarda le primarie si è stabilito di celebrarle a febbraio, ma nulla più di questo. Saranno aperte o chiuse? Potranno partecipare esclusivamente i leader dei partiti che andranno a comporre la futura coalizione o saranno avanzati altri nomi? I pentastellati la spunteranno sulla possibilità di una consultazione anche online o si potrà votare esclusivamente presso i tradizionali gazebo? Nulla di tutto ciò è stato stabilito.
Il programma e il perimetro dell’alleanza
E veniamo al programma, l’appuntamento più vicino in ordine di tempo. Anche su questo non c’è nessuna novità. E da quel poco che si capisce si è ben lontani da una sintesi. Anzi, in attesa della convocazione degli appositi tavoli ognuno prova a rilanciare la propria priorità. Alleanza Verdi e Sinistra è tornata a insistere sulla patrimoniale. I 5 Stelle hanno ricicciato il reddito di cittadinanza, mentre il Pd è impegnato a respingere l’una e l’altra proposta attraverso i propri emissari. Anche su questo fronte, dunque, nulla di nuovo.
Quello che invece si muove è il magma che continua ad animare la dialettica – tenuta sottotraccia ma decisamente viva – sull’allargamento del perimetro della coalizione ai movimenti centristi. Il dialogo con Progetto Civico di Alessandro Onorato e Più uno di Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli è stato avviato.
Il fatto che entrambi abbiano ufficializzato già diversi giorni fa proprie componenti parlamentari – così da dover raccogliere meno firme per presentare le liste – grazie al soccorso di senatori e deputati eletti in altri partiti ne è un’ulteriore conferma.
L’atteggiamento di Renzi
A fare ancora rumore è invece l’apertura a Italia Viva, rispetto alla quale il veto pentastellato sì è trasformato in una più timida diffidenza. Renzi finora è stato buono. Si è mostrato sorprendentemente disponibile non solo al compromesso, ma anche a incassare. Si è detto disposto a rimanere fuori dal listone di coalizione per attribuire il premio di maggioranza e anche da un eventuale prossimo governo di centrosinistra.
Forte dell’accordo stretto direttamente con Elly Schlein, raramente si è impelagato in botta e risposta che avrebbero finito per aumentare le divisioni, preferendo sottolineare l’esigenza di unità tra tutti quanti vogliono porsi come alternativa concreta e credibile al centrodestra. Ha smorzato i toni dinanzi ai continui fendenti di Giuseppe Conte, con il quale i rapporti sono tutt’altro che idilliaci e non da ora. Ha preferito mordersi la lingua. Almeno una volta sì e una no, per evitare che il banco saltasse, riferiscono fonti parlamentari vicine al leader di Italia Viva.
La conflittualità con Conte
Adesso però la musica è destinata a cambiare. Sia perché a Renzi il ruolo di pungiball proprio non si addice, sia perché la pazienza ha un limite, anche per chi è convinto e determinato a lavorare nell’interesse comune di quell’intera area politica che si contrappone a Giorgia Meloni.
Certo, se la risposta di Conte è il tentativo di pompare Onorato confidando di poter emarginare i renziani, oltretutto con l’obiettivo di lasciarli fuori dal Parlamento, allora la musica cambia. E c’è chi è pronto a mettere la mano sul fuoco che il richiamo al risultato delle midterm americane sia l’ultimo appello di Renzi ai suoi interlocutori prima di correre ai ripari. “Se i democratici fossero stati divisi, oggi festeggerebbe Trump. Esattamente come nel 2022 ha festeggiato Meloni”, è la sua riflessione. Con l’augurio che Conte la colga una volta per tutte e cambi registro nei suoi confronti.
Leggi tutte le notizie di Politica
Torna alle notizie in home