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Economia

L’intelligenza artificiale è un treno da prendere prima che ci travolga

L'analisi spietata di Mario Draghi e i limiti dell'Europa tra egoismi, infrastrutture ed energia

di Giovanni Vasso -


È inutile girarci attorno: l’intelligenza artificiale fa paura ma, allo stato attuale, è l’unica possibilità per aumentare (solo di un po’, sia chiaro) la produttività europea: l’analisi che ne ha fatto Mario Draghi, in un editoriale apparso sul Financial Times, non va però interpretata utilizzando la chiave letterale. Sì, è vero: l’ex premier italiano ha affermato che l’adozione diffusa dell’Ai rappresenta una strategia importante per stimolare la crescita.

Draghi e il treno dell’intelligenza artificiale

Cita, a tal proposito, i dati Bce secondo cui basterebbe accendere (e affidarsi) agli algoritmi per far salire, fin da subito, la produttività (altrimenti ferma dal 2022) dello 0,3-0,4%. In tralice, ma poi nemmeno troppo, c’è la ferocissima critica alla dis-Unione europea. “L’Europa ha diverse strade per stimolare la crescita – scrive l’ex governatore -, ad esempio la rimozione delle elevate barriere nel suo mercato interno. Ma l’adozione diffusa dell’intelligenza artificiale è forse la più promettente al momento”. È un modo ferocissimo per dire che tutto è, oggi, fuorché un’Unione. E che non ha la minima intenzione di diventarlo. L’analisi di Draghi, poi, prosegue sulla necessità di metter su data center, di implementare le tecnologie e le infrastrutture che saranno decisive per la potenza di calcolo necessaria. Roba di cui lui, o meglio il gruppo del Reno che ha co-fondato, conosce benissimo.

L’unica chance è nei dati europei

Lidl, il cui Ceo fa parte della compagnia attorno a Draghi, ha annunciato qualche giorno fa di voler investire 5,6 miliardi di euro per un data center in Germania. La questione, però, non è solo infrastrutturale. È strategica, perché come sottolinea proprio l’ex presidente del consiglio, alla Vecchia Europa non resta che l’impressionante mole di dati che ha a disposizione per competere con Cina e Stati Uniti. Non c’è modo di essere competitivi sulle tecnologie né di condizionare le supply chain. Persino sui chip non siamo che un attore marginale su scala globale. Non ci restano che le cartelle cliniche, i documenti amministrativi, gli scontrini. Una sfida nella sfida, questa. Perché è proprio sulla gestione dei dati che si gioca una parte di scontro tra Bruxelles e Washington. Attualmente, tante (sicuramente troppe…) informazioni sugli utenti europei sono custodite, come autentici tesori, nei Fort Knox digitali degli Stati Uniti.

Il nodo energia

“I data center, tuttavia – avvisa Mario Draghi -, sono oggetto di forti controversie. Le comunità locali sono preoccupate per i costi ambientali e per l’aumento delle bollette energetiche. A peggiorare la situazione, gran parte delle infrastrutture attualmente in costruzione in Europa è destinata ai giganti tecnologici americani”. Non solo aumenteranno le bollette, almeno questo è il rischio che giustamente solleva Draghi, ma i benefici andranno (solo) a Big Tech. Non all’Europa in sé.

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Fare presto, davvero

Non è certo una questione peregrina. Si può quasi immaginare che, questa, sia la mazzata finale. Già, perché alla fine è tutta una questione di energia. Che l’Europa non ha. Né sembra aver idea di come procurarsi. È inutile sperticarsi in eufemismi: senza corrente, l’intelligenza artificiale non gira. E non ce n’è senza petrolio né gas, considerando che il nucleare è ancora lungi dal tornare dopo decenni di demonizzazione fomentata da Berlino. Insomma, l’intelligenza artificiale è l’unica chance, tutto considerato sommato (e cioè la somma zero a cui portano immobilismo di Bruxelles e gli egoismi degli Stati membri), per tentare di resistere. È un treno che non possiamo perdere. Anche se il rischio che ci investa, in pieno, resta altissimo.


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