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Minori e Ai: in Italia un ritardo da recuperare

Non rappresenta un virtuoso traguardo di disintossicazione digitale ma il drammatico sintomo di una nuova e profonda povertà educativa

di Angelo Vitale -


Minori in famiglia e a scuola: ci siamo innamorati della scorciatoia perfetta, la guerra santa contro i socialnetwork e la demonizzazione ritmica dell’intelligenza artificiale.

Social e Ai

Ogni volta che la politica e la società dimostrano di non saper leggere o interpretare le esigenze profonde dei giovani, spunta puntuale il mostro tecnologico di turno da combattere.

Un nemico comodo, utilissimo per proporre e sbandierare divieti e mostrare i muscoli nei talk show, evitando con cura di doversi occupare di una manovra strutturale e complessiva per il futuro delle nuove generazioni.

Minori in ritardo

Ora, lo studio Openpolis-Con i Bambini arriva a smantellare un’illusione consolatoria. Siamo ormai abituati a pensare che meno tecnologia equivalga a ragazzi più sani e protetti.

Tuttavia, i numeri smantellano l’alibi: mentre in Europa il 66,4% dei ragazzi usa l’Ai, l’Italia scivola al terzultimo posto con appena il 51,9%. Un ritardo che non rappresenta un virtuoso traguardo di disintossicazione digitale ma il drammatico sintomo di una nuova e profonda povertà educativa.

Mentre la retorica politica festeggia la presunta purezza dei nostri studenti lontano dagli schermi, il resto del continente viaggia a velocità doppia, accumulando competenze, familiarità e strumenti analitici che da noi rischiano di restare un privilegio destinato a pochi.

Il paradosso

Questa perenne rincorsa delle emergenze senza mai afferrare la sostanza si riflette nel paradosso grottesco con cui si apre ogni nuovo anno scolastico. Ci vantiamo di grande modernità dopo aver rottamato le vecchie lavagne tradizionali per far posto a quelle digitali, in una vertigine di innovazione puramente estetica.

Poi però la solita campanella suona in aule-forno prive di condizionatori, dove si tampona il degrado con l’ennesimo rivolo di fondi a pioggia, senza possedere uno straccio di orizzonte pedagogico o formativo globale. Ciò che manca – da sempre – è una cultura diffusa del nuovo. Una visione strutturata, capace di insegnare e accompagnare l’uso critico della tecnologia anziché limitarsi a subirla o demonizzarla.

Vietare l’innovazione non protegge i minori: li isola, accentua le disuguaglianze e lascia indietro proprio chi avrebbe più bisogno della scuola per emanciparsi. Finché la risposta istituzionale rimarrà il divieto ideologico, scambieremo il nostro ritardo culturale per superiorità morale, lasciando ancora una volta i nostri giovani drammaticamente soli.

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