Un’era è finita per sempre, all’ex Ilva di Taranto. Almeno per gli avvocati dei Genitori Tarantini che esultano dopo la sentenza della Corte d’Appello di Milano che chiude alla sospensiva e conferma il blocco all’attività dell’area a caldo di Taranto. Il principio espresso dai magistrati milanesi è netto: il diritto alla salute, secondo i giudici, viene prima di ogni altra cosa. Anche dell’iniziativa economica e delle scelte strategiche, in materia di industria e produzione.
Ilva “un’era è finita”?
E no, secondo i magistrati della Corte d’Appello, il fatto che ci sia un ricorso che pende di fronte alle Sezioni Unite della Cassazione non rileva. Almeno non al punto da indurre il collegio giudicante, presieduto dal magistrato Giuseppe Ondei, ad accettare la richiesta di sospensiva che era stata presentata dai legali di ex Ilva e di Acciaierie d’Italia. Non si tratterebbe, infatti, di una circostanza “valutabile in termini di elemento sopravvenuto”, così come sottolineato dagli avvocati delle due imprese, “e che, diversamente da quanto rappresentato, non possa incidere sul giudizio di bilanciamento”. Le procedure finalizzate allo spegnimento degli altiforni di Taranto vanno attivate prima possibile, o comunque nel rispetto dei termini stabiliti dal decreto del Tribunale poi confermato dalla Corte d’Appello, che scadono il 28 ottobre prossimo.
Non si può più aspettare
Non si può aspettare. E, adesso, davvero nessuno può più aspettare. A cominciare dai lavoratori dell’Ilva, non solo a Taranto ma in tutta Italia. La premessa dei giudici è che “l’attività produttiva è in via di sospensione” che “ciò” fa apparire “fortemente ridimensionato l’interesse cautelare rappresentato nei ricorsi”. Da qui, il ragionamento secondo cui spegnere gli altiforni “appaia – in ogni caso – cedevole rispetto al preminente diritto alla salute nell’ottica del necessario bilanciamento dei contrapposti interessi”. E ciò perché “la tutela del diritto alla salute risulti comunque prevalente”.
Il diritto alla salute
Un’era è finita, per gli avvocati che assistono i cittadini usciti vittoriosi anche da questa battaglia giudiziaria. “Quinto verdetto favorevole – ha affermato l’avvocato Ascanio Amenduni che, col collega Maurizio Rizzo Striano, ha difeso in giudizio l’associazione dei Genitori Taranti – cresce la soddisfazione dei miei assistiti, ma cresce anche lo stupore per una politica che sembra non volersi fermare a riflettere sul convergente messaggio che cinque organi giudiziali, di cui uno europeo, hanno espresso: la salute umana e la salubrità ambientale prevalgono sulla produzione industriale inquinante. L’epoca dei cittadini cavie – ha concluso il legale – è terminata per sempre”. C’è, però, l’altro corno del dilemma.
Sindacati in fibrillazione
Quello dell’occupazione, dell’economia e della strategicità della produzione di acciaio italiano. C’è lo Stato che deve prendere una decisione. Almeno secondo il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, che mette chi di dovere di fronte al fatto compiuto: “La tutela della salute è ormai scolpita a caratteri nitidi nelle coscienze di tutti, semmai ce ne fosse stato bisogno – ha spiegato – ora tocca al governo dire cosa intenda fare di Taranto, quali scelte di politica industriale vuole mettere in atto”. I sindacati hanno già chiesto di essere ricevuti dal governo. Secondo la Fiom, la sentenza “mostra le responsabilità di chi ha gestito l’azienda”. Per il segretario De Palma è arrivato il momento di rilanciare Dri Italia, con il suo programma di decarbonizzazione. E, soprattutto, vanno congelati i licenziamenti già annunciati dall’indotto perché “non possono essere i lavoratori a pagare”. Ma sarà difficile trovare ora privati che si accollino pure lo spegnimento. Forse c’è solo un attore economico in grado di poter assumere su di sé l’onere di ricostruire, da zero, la siderurgia italiana alla luce delle ultime pronunce della magistratura. Ed è lo Stato.