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Esteri

Europa vulnerabile: osserva mentre altri decidono

Mancano coesione e visione

di Ernesto Ferrante -


L’Europa sta attraversando un’estate che somiglia più a una resa dei conti che a una stagione di transizione. Secondo una recente analisi del New York Times, il Vecchio Continente resta “a guardare, mentre il suo destino viene plasmato da forze esterne”. Una fotografia impietosa, ma difficilmente contestabile. Due guerre ai confini, temperature record, inflazione che rialza la testa, ansie crescenti su cibo, energia e sicurezza. E, soprattutto, la sensazione che le leve del potere globale si stiano spostando altrove.

L’Ue è spettatrice

Il quotidiano statunitense ha sottolineato come molte delle crisi che investono l’Unione europea siano semplicemente fuori dalla sua portata. La guerra in Ucraina, dopo più di quattro anni di combattimenti, resta irrisolta. Le ambizioni climatiche del continente, un tempo fiore all’occhiello della sua diplomazia, vengono oscurate dalla competizione tra Stati Uniti e Cina, che dettano ritmi e standard della transizione energetica. Ancora peggiore è la situazione in altri ambiti. Mentre Bruxelles discute di regolamentazioni, il futuro dell’intelligenza artificiale si plasma altrove, in laboratori e sale riunioni che non parlano lingue europee.

Instabilità e fattori esterni

A questa fragilità strutturale si aggiunge un clima politico interno sempre più instabile. Il populismo di destra avanza, alimentato da migrazioni irregolari, disuguaglianze persistenti e un ecosistema digitale che amplifica disinformazione e polarizzazione. Le tensioni in Medio Oriente, con la guerra in Iran che ha fatto impennare i prezzi dell’energia, mostrano quanto l’Europa sia esposta agli shock esterni. Paradossalmente, ha notato il Nyt, gli europei potrebbero conoscere la prossima fase del conflitto attraverso i profili social del presidente americano Donald Trump, un dettaglio che racconta molto della dipendenza informativa e strategica del continente.

Le cause del declino sono in buona parte interne

Per Richard Haass, presidente emerito del Council on Foreign Relations, l’irrilevanza geopolitica europea è in larga parte “una cosa che l’Europa ha fatto a se stessa”. Non solo per la cronica insufficienza delle spese militari, ma per una debolezza organizzativa che impedisce al continente di agire come attore unitario. L’Ue, ha osservato Haass, è rimasta “spettatrice passiva” nella competizione globale sull’intelligenza artificiale, incapace di trasformare il proprio potenziale industriale e accademico in leadership tecnologica.

Ceuta come emblema

La crisi migratoria esplosa a Ceuta è diventata, nelle letture degli analisti, un simbolo di questa fragilità. La mancanza di coordinamento con la Spagna, lasciata sola a gestire un’emergenza che aveva evidenti implicazioni geopolitiche, ha rivelato ancora una volta quanto il continente fatichi a comportarsi come una potenza coesa.

L’estate “brutale” è un passaggio storico in cui il continente sta mostrando di essere vulnerabile, diviso e lento. La diagnosi che arriva da oltreoceano è chiara. L’Europa può ancora contare, ma solo se ritroverà la capacità di decidere il proprio destino invece di limitarsi a osservarlo.

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