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Infantino salva la poltrona ma perde la partita più importante

di Laura Tecce -


Nel calcio, come in politica, sopravvivere non significa sempre vincere. Gianni Infantino lo ha dimostrato in questi giorni. Dopo la rivolta di Uefa, di numerose federazioni nazionali e di altre confederazioni continentali contro il progetto Fifa Forward Enterprise – la società che avrebbe dovuto gestire e valorizzare gli asset commerciali aprendoli all’ingresso di capitali privati – il presidente dell’organismo internazionale che governa il calcio mondiale ha ritirato la proposta riconoscendo gli errori commessi nella gestione del dossier. Al termine della riunione straordinaria di Rabat ha incassato la fiducia del Management Board e delle federazioni affiliate, la presidenza non è dunque stata messa in discussione. Ma qualcosa è cambiato.

Cosa prevedeva Forward Enterprise e perché ha diviso il calcio

Vale la pena capire perché questa vicenda è così importante: il progetto non prevedeva la vendita della Fifa né dei Mondiali, come qualcuno ha frettolosamente sostenuto, l’idea era quella di creare una nuova società nella quale far confluire il patrimonio commerciale della federazione internazionale – diritti televisivi, sponsorizzazioni, licensing e altre attività economiche – per poi aprirne una quota ai grandi fondi d’investimento. L’obiettivo dichiarato era raccogliere nuove risorse da redistribuire alle oltre duecento federazioni affiliate, finanziando infrastrutture, sviluppo e crescita del calcio nei Paesi meno ricchi.

Una strategia che, sul piano economico, poteva anche avere una sua logica ma lo sport non è soltanto economia: le principali confederazioni vi hanno visto il rischio di una progressiva “finanziarizzazione” del calcio mondiale. Fuor di ipocrisia, un fondo d’investimento non entra in una società per amore del pallone. Investe per ottenere un rendimento. E quando mette sul tavolo miliardi di euro è inevitabile che, prima o poi, chieda di incidere sulle decisioni strategiche: calendario, competizioni, diritti televisivi, sviluppo commerciale. In altre parole, sul futuro stesso del calcio.

Dalla rivolta Uefa alla lezione sul futuro del calcio

La reazione è stata durissima, la Uefa ha guidato l’opposizione, sostenuta da molte federazioni nazionali e da altre confederazioni. Anche dall’Italia sono arrivati segnali di forte prudenza, con il presidente della Figc Giovanni Malagò e il ministro per lo Sport Andrea Abodi che avevano richiamato la necessità di preservare l’autonomia dello sport e il valore sociale delle grandi competizioni. Infantino ha scelto la strada del pragmatismo che gli ha sì consentito di restare saldamente alla guida della federazione ma che certifica anche la prima vera frenata politica della sua lunga presidenza. La lezione è chiara.

Il calcio moderno ha bisogno di investimenti, innovazione e risorse sempre maggiori. Esiste però un limite oltre il quale la logica finanziaria entra in conflitto con la natura stessa dello sport e il messaggio arrivato da Rabat è destinato a pesare ben oltre questa vicenda: il calcio è un’industria globale ma non può permettersi di dimenticare che il suo patrimonio più prezioso sono i milioni di persone che, ogni settimana, continuano a considerarlo più di un semplice business.

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