Forte coi deboli
Sembra esserci una regola non scritta, ma spesso solidissima, in una certa galassia dell’informazione progressista italiana: le opinioni della sinistra non sarebbero semplici opinioni. Sembrerebbero, in molte occasioni, trattate come verità rivelate. Quasi tavole della legge. Testi tanto sacri che in numerosi casi chi ha provato a contestarli si è trovato di fronte alla scomunica immediata — o, nelle situazioni più gravi, alla querela.
Per anni, questo meccanismo ha sembrato funzionare grazie a un’alleanza silenziosa ma potentissima: da un lato i profeti della tastiera, dall’altro la magistratura, ritenuta infallibile — almeno a giudicare dai toni usati — finché pronunciava sentenze gradite al narratore. I magistrati apparivano intoccabili, le Procure depositarie di verità assolute, e chiunque osasse mettere in discussione il loro operato veniva spesso bollato come nemico della democrazia.
Poi è arrivato il caso Minetti. E in un istante, come per incantesimo, la fede quasi religiosa di Marco Travaglio nella magistratura si è volatilizzata. È bastato che una Procura mettesse nero su bianco che nella ricostruzione del Fatto Quotidiano ci fossero passaggi tutt’altro che solidi, ed ecco il miracolo inverso: i magistrati non sarebbero più infallibili, le Procure non sarebbero più depositarie di nulla, e chi indaga — udite udite — potrebbe addirittura sbagliare. Il copione è cambiato dall’oggi al domani: non più applausi ai giudici, ma attacco frontale. Non più rispetto per le Procure, ma pretese di scuse. La domanda, come nota qualcuno con ironia tagliente, è semplice: la magistratura va rispettata sempre, o soltanto quando dà ragione al Fatto?
Fa sorridere — e molto — che a impartire lezioni di giornalismo sia chi, pochi mesi fa, attribuiva senza prove a Ursula von der Leyen presunte tangenti su vaccini e armamenti. Oggi si indigna perché qualcuno gli contesta di aver formulato accuse senza prove. La coerenza, si vede, è una virtù che si pratica a giorni alterni.
Ma è su Andrea Scanzi che vale la pena soffermarsi, perché il caso è istruttivo — e rivelatore — fino all’imbarazzo.
Scanzi si è sempre presentato come il Robin Hood del giornalismo: paladino dei poveri, voce degli ultimi, fustigatore del potere. Ogni giorno, dal suo pulpito social, distribuisce critiche, sfottò e ironie a raffica contro chiunque la pensi diversamente da lui. Nessuno è al sicuro: politici, imprenditori, intellettuali, personaggi pubblici di ogni risma. Ricordiamo tutti il siparietto sulla Meloni, alla quale pronosticava con sicumera un destino eterno al 4%. Il diritto di critica, per Scanzi, era un diritto fondamentale — ovviamente riservato a lui.
Poi un pensionato di 76 anni di Salgareda, provincia di Treviso, ha avuto la cattiva idea di fare su Scanzi esattamente quello che Scanzi fa ogni giorno con tutti gli altri: lo ha apostrofato con un epiteto poco lusinghiero su Facebook, sotto un post che annunciava la sua ospitata in una trasmissione su La7. Niente di eccezionale, niente che non si veda mille volte al giorno su qualsiasi piattaforma. Il classico sfottò da internet, quello che ogni personaggio pubblico — politico, giornalista, showman — deve mettere in conto come parte del mestiere.
La reazione del Robin Hood di Temu? Querela. Con richiesta di risarcimento danni da 2.500 euro.
Fin qui, si potrebbe già discutere. Ma la storia non finisce qui — anzi, peggiora. Perché non è la prima volta che Scanzi prende di mira lo stesso pensionato. In precedenza, dopo che l’anziano di Salgareda si era lasciato andare a un commento critico durante una puntata de La Zanzara di Cruciani, gli avvocati di Scanzi gli avevano già recapitato una richiesta di ben 7.500 euro. Quella volta la faccenda si era chiusa con una conciliazione e una lettera di scuse da parte dell’anziano. Stavolta, Scanzi non sembra intenzionato ad accontentarsi. Il suo legale ha dichiarato senza mezzi termini che sono pronti ad andare avanti fino in fondo — e se necessario, a pignorare la pensione del 76enne trevigiano. Pignorargli la pensione. Al pensionato. Il Robin Hood, evidentemente, ha cambiato foresta.
A questo punto, però, arriva la prova che trasforma il caso da episodio discutibile a condanna morale senza appello. Perché Scanzi, in un video pubblicato su YouTube, aveva già spiegato — con serenità disarmante, quasi orgoglio — il meccanismo: “La gente si vede arrivare la querela, prende paura perché sa di essere nel torto e mi paga una quota per non andare a processo.” Fermiamoci un attimo su questa frase. Non è una difesa del diritto alla reputazione. Non è una dichiarazione di principio sulla civiltà del dibattito. È la descrizione fredda, lucida, compiaciuta di una strategia intimidatoria. È il manuale del bullo con l’avvocato: spaventa, incassa, vai avanti. Fallo sapere, così la prossima volta nessuno osa più aprir bocca.
Il ritratto che emerge, mettendo insieme tutti i pezzi, è quello di un uomo che ha costruito la propria carriera sul diritto illimitato di criticare, offendere, irridere chiunque — e che nel momento in cui un pensionato di 76 anni osa restituirgli la stessa moneta, reagisce con tutta la potenza legale ed economica a sua disposizione. Non una volta. Due. Prima 7.500 euro, poi 2.500. Con la minaccia del pignoramento della pensione come ciliegina finale.
Questo è il punto che accomuna Scanzi a Travaglio, e più in generale a tutto un certo mondo dell’informazione che si autodefinisce progressista: la convinzione che le proprie opinioni siano al di sopra del dibattito. Non posizioni da difendere con argomenti, ma dogmi da proteggere con querele e con il fuoco amico di una magistratura da usare a intermittenza — come alleata quando conviene, come bersaglio quando non conviene più.
Un giornalista pubblico dovrebbe sapere che il prezzo della visibilità è l’esposizione alla critica — anche alla critica pungente, anche allo sberleffo. Dovrebbe saperlo soprattutto chi di sberleffi agli altri ne ha dispensati a piene mani per vent’anni. E dovrebbe saperlo ancora di più chi ha dichiarato pubblicamente di usare le querele come strumento di riscossione. Sotto il profilo morale, il verdetto è già scritto. Non c’è tribunale che tenga: chi usa il diritto come clava contro i deboli, dopo aver fatto della parola libera la propria bandiera, si è già condannato da solo: Stia zitto!
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