La Confederazione incrinata cerca il prestigio perduto?
Il cardiochirurgo al centro di uno scandalo a Zurigo
Zurigo – Settantaquattro morti. Forse. Forse di più. Forse di meno. Forse per colpa sua. Forse no. Questo è ciò che la Svizzera dice di un cardiochirurgo italiano che, in questo momento, opera indisturbato e stimato al San Raffaele di Milano. Uno degli ospedali più prestigiosi d’Europa. Il suo nome è Francesco Maisano. Professore. Primario. Uomo di scienza. E uomo al centro di uno scandalo che Zurigo e Berna sparano verso Roma da settimane, senza che la Capitale risponda quasi nulla.
Il 5 maggio fiorisce la polemica
Il 5 maggio 2026, l’Ospedale Universitario di Zurigo – l’USZ, istituzione medica tra le più rispettate della Confederazione – pubblica i risultati di un’indagine interna. Due anni di lavoro. Migliaia di cartelle cliniche esaminate. La conclusione è brutale: tra il 2016 e il 2020, sotto la direzione di Maisano, si sarebbe registrata una sovra mortalità. Una mortalità anomala, superiore alla media attesa. Tra sessantotto e settantaquattro pazienti. Undici casi trasmessi alla procura elvetica, ma non emerge alcuna ipotesi di dolo. Al centro di tutto c’è un dispositivo medico. Si chiama Cardioband. È una protesi valvolare cardiaca. Maisano non era solo il chirurgo che la impiantava: era anche il co-sviluppatore. E aveva interessi economici diretti sulla società produttrice, la Valtech. Interessi dichiarati, si precisa. Stock option, convertite in denaro nel 2017, quando Valtech venne acquisita dalla multinazionale americana Edwards. Oggi il Cardioband non è più autorizzato.
Il 10 maggio: la doppia bordata
Mentre l’Italia celebrava la Festa della Mamma, due giornali svizzeri rilanciavano le ostilità. Il primo colpo riguardava Maisano. Tono irritato, quasi indignato. Come è possibile, scrivevano, che quest’uomo operi ancora? Come è possibile che nessuna autorità italiana abbia aperto un fascicolo? Che nessuno abbia alzato un telefono?
Il secondo aveva una firma istituzionale.
E pesava di più Claudio Zali, presidente del Consiglio di Stato del Canton Ticino, dichiarava senza giri di parole che i rapporti diplomatici con l’Italia erano ai minimi storici. Una provocazione.
Perché Zali sapeva – e lo sapevano tutti – che pochi giorni prima il presidente della Confederazione Guy Parmelin aveva incontrato a Roma il presidente della Repubblica Mattarella e il ministro degli Esteri Tajani. E, inoltre, che Giorgia Meloni aveva appena ottenuto da Berna una promessa concreta: la Svizzera avrebbe esaminato la possibilità di derogare al Regolamento europeo 883/2004 per rimborsare le spese sanitarie dei feriti italiani di Crans-Montana. La stessa Meloni aveva già risposto a Zalia riaffermando il principio del rimborso delle spese sanitarie dei frontalieri. Si tratta di un atto pienamente legittimo.
Crans-Montana. Un nome già dimenticato?
La notte tra il 31 dicembre 2025 e il 1° gennaio 2026, in quella stazione sciistica del Vallese, una discoteca chiamata Le Constellation prendeva fuoco. Quarantuno morti. Centoquindici feriti. Molti italiani. Una tragedia che ha aperto una ferita diplomatica che ancora non si rimargina.
Il vuoto che protegge
Torniamo a Maisano. Perché qui c’è qualcosa che non torna. Le accuse svizzere esistono. L’indagine dell’USZ esiste. I numeri esistono. Eppure: nessuna accusa formale. Né in Svizzera né in Italia. Bisogna capire una cosa fondamentale. L’indagine dell’Ospedale Universitario di Zurigo non è un atto giudiziario. È un documento interno, una relazione amministrativa. Chi ha condotto l’inchiesta a Zurigo non ha trasmesso gli atti alla magistratura italiana, non ha allertato le autorità sanitarie del Ministero, non ha scritto alla Regione Lombardia. Nessun atto ufficiale ha attraversato il confine.
Nel frattempo, Maisano opera. Come del resto è giusto che sia, nonostante a poche centinaia di chilometri ci sia chi lo dipinge quale responsabile di chissà quali orrori dirigenziali.
Il 17 maggio: finalmente parla
La Neue Zürcher Zeitung am Sonntag è il più autorevole domenicale della Confederazione, letto dall’establishment elvetico, apprezzato in tutta la Svizzera tedesca. Il 17 maggio pubblica qualcosa che nessun giornale aveva ancora ottenuto: la prima intervista pubblica di Francesco Maisano dall’esplosione dello scandalo. A firmarla è Alessandro Politi, giornalista investigativo italiano, inviato della RAI. La scelta non è casuale. Maisano decide di difendersi davanti al pubblico che lo accusa. In tedesco-svizzero. Sul loro terreno.
Le sue parole meritano attenzione
Sul reparto di Zurigo: «Abbiamo mantenuto aperta la porta anche ai casi più complessi. E proprio grazie alle procedure innovative abbiamo limitato i rischi per questi pazienti». Sul Cardioband: ogni impianto fu eseguito nell’ambito di studi approvati da Swissmedic e dai comitati etici. Nulla al di fuori di quel perimetro. Tutto regolare, tutto documentato. Sui guadagni legati a Valtech, nessun imbarazzo: «L’università riceveva una quota dei ricavi derivanti dalle mie collaborazioni con l’industria. Questi rapporti erano uno dei motivi per cui ero stato chiamato a Zurigo».
A Thierry Carrel – il collega che lo aveva accusato pubblicamente di frode – Maisano risponde con una querela annunciata. Parole nette: chi diffonde affermazioni false senza prove dovrà rispondere davanti alle sedi competenti. Ma è un’altra frase, quasi nascosta, quella che pesa di più. «C’è un silenzio che mi pesa ancora di più: quello di decine di colleghi ed ex collaboratori che conoscono i fatti e tacciono per non essere travolti».
Maisano dice che decine di persone sanno. E tacciono. Per paura. Di chi?
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