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Politica

Giorgia tra mito sovranista e il pragmatismo del potere

di Alessandro Scipioni -


La premier Giorgia Meloni si trova oggi a un bivio strategico che ricorda, per dinamiche e tentazioni di distanziamento, il percorso politico di intellettuali come Pietrangelo Buttafuoco. Così come lucidamente osservato dal politologo Marco Tarchi su Il Dubbio, la necessità di una normalizzazione non è più solo una velleità comunicativa.

È una condizione di sopravvivenza per un esecutivo che, pur vantando una stabilità invidiabile rispetto al ventennio precedente, inizia a mostrare i limiti strutturali della sua stessa formula.

Il trumpismo e la realpolitik

La prima grande contraddizione riguarda l’ancoraggio al trumpismo. La destra italiana deve finalmente fare i conti con la realpolitik. Ogni movimento sovranista, per quanto ispirato da affinità ideologiche, deve misurarsi con la realtà degli interessi nazionali.

Washington, anche sotto l’amministrazione Trump, risponde a logiche di potenza che difficilmente coincidono con le priorità di Roma.

Insistere su un appiattimento acritico non solo espone la premier a smacchi diplomatici, ma rischia di alienare quella parte storica della destra, di solida tradizione missina, che nutre un giustificato scetticismo verso l’americanismo.

Una coalizione fragile

A complicare il quadro si aggiunge il complesso gioco di sponde interno alla coalizione.

Forza Italia, in un moto di rilancio verso posizioni liberali e moderate, sta tracciando un perimetro che guarda in prospettiva ad un asse con Calenda, Marattin e forse il più volatile Renzi.

È un’apertura che, seppur elettoralmente strategica, impone un divorzio di fatto dal mondo di Roberto Vannacci, con il quale la convivenza diverrebbe insostenibile.

Il rischio, per Fratelli d’Italia, è che nell’inseguire una centralità politica, arrivi a spalancare un’autostrada proprio all’ex generale, consegnandogli il monopolio dei valori identitari e conservatori più radicali.

Il futuro di Fratelli d’Italia

A questo scenario si sommano una crescita stagnante, acuita da una crisi energetica che non perdona e un riavvicinamento all’asse franco-tedesco percepito come impopolare proprio dall’elettorato di destra.

La premier si trova dunque dinanzi a una prova di maturità suprema: nei prossimi mesi non basterà agire da capo del governo, occorrerà agire da leader di coalizione, un ruolo che richiede una visione d’insieme che superi le logiche di fazione.

Giorgia Meloni ha avuto il merito storico di guidare l’esecutivo più longevo degli ultimi vent’anni, un traguardo che nessuno può disconoscere. Tuttavia, la tenuta di questo successo è fragile.

Per succedere a se stessa e dare un futuro alla coalizione, la premier deve ora operare una sintesi coraggiosa, svincolarsi dalle suggestioni ideologiche che la ingabbiano e saper interpretare le nuove istanze di un Paese che, tra atlantismo, Europa e identità, cerca ancora una bussola definitiva.

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