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Attualità

È fuga dei medici, ma i giovani non bastano. Serve una riforma

di Eleonora Ciaffoloni -


La fuga dei medici dal Ssn accelera: dimissioni record, organici sempre più diseguali e professionisti che lasciano il pubblico nel pieno della carriera. Il ricambio generazionale non basta a fermare l’esodo.

Tanto tuonò, che piovve. Non possiamo stupirci di fronte ad un dato che ormai, da anni, iniziava a formarsi sotto i nostri occhi, ma che comunque a vederlo nero su bianco fa paura. Perché in un solo anno sono salite del 150% le dimissioni dei medici del Sistema Sanitario Nazionale, una soglia mai registrata prima e che toglie dal nostro sistema pubblico il 3,5% dei professionisti in servizio.

Eppure, i campanelli d’allarme c’erano tutti: i turni massacranti, i burnout, le aggressioni, gli stipendi fermi. Tutti elementi che insieme hanno portato ad un vero e proprio esodo di massa dal Ssn e che ci parlano di un futuro molto buio in cui ospedali e reparti si svuoteranno, facendo perdere il senso stesso del servizio pubblico di salute nel nostro Paese. Ovviamente, tutto questo, se non ci sarà un cambio di rotta. Ma attualmente, il fenomeno allarma e non poco.

L’analisi di Anaao Assomed

Il dato che fotografa questa situazione arriva dall’analisi decennale realizzata dal Centro Studi Anaao Assomed sui medici ospedalieri del Ssn, attraverso i dati Onaosi, del Conto annuale dello Stato e del Mef. Nel 2025 le dimissioni volontarie hanno raggiunto quota 3.767, contro i 2.876 pensionamenti. È la prima volta, nell’arco del decennio 2015-2025, che chi sceglie di lasciare il servizio pubblico prima dell’età della pensione supera chi esce per raggiunti limiti di età. Un’accelerazione che non trova precedenti: nel 2024 le dimissioni erano state 1.503, un numero dimezzato rispetto all’anno successivo.

Non è quindi soltanto una questione di quanti medici manchino oggi, ma di quanti scelgano di non restare. Nel corso del 2025, per ogni cento medici assunti a tempo indeterminato, 43 hanno presentato le dimissioni e 77 sono complessivamente usciti dal sistema pubblico considerando anche pensionamenti e altre cause. E il fenomeno purtroppo, riguarda tutto il Paese – nonostante permanga un forte divario tra territori.

La fuga dei medici, un problema in tutto il Paese

In 12 regioni su 20, nel 2025, i medici che hanno deciso di lasciare il Ssn prima della pensione sono stati più numerosi di quelli arrivati al termine della carriera. In alcune aree il divario è particolarmente marcato: nel Lazio, in Trentino-Alto Adige, in Friuli-Venezia Giulia e in Sardegna i dimissionari sono stati da 2,4 a 3,3 volte i pensionati. Una geografia che si intreccia con un’altra frattura ormai strutturale, quella tra Nord e Sud. Negli ultimi dieci anni il Centro-Nord ha visto crescere il numero complessivo dei medici di 4.029 unità (5,9%).

Il Mezzogiorno ne ha perse 1.166, con una riduzione del 3,1%. Oltre al danno, la beffa è quella di ritrovarci un sistema sanitario sempre più diseguale, nel quale alla fuga dal pubblico si aggiunge la difficoltà di garantire una presenza omogenea dei professionisti sul territorio.

Il ricambio generazionale c’è, ma non basta

Eppure, dentro questo quadro iniziava a vedersi una luce – almeno in parte -, quella del ricambio generazionale. Tra il 2015 e il 2024 l’età media dei medici ospedalieri è diminuita di due anni e sette mesi tra gli uomini e di due anni e quattro mesi tra le donne e, nello stesso periodo, gli organici sono cresciuti del 2,7%, passando da 105.380 a 108.243 unità. Un risultato a cui ha contribuito anche il Decreto Calabria, che tra il 2019 e il 2025 ha favorito l’ingresso nel sistema di quasi 10mila giovani medici, segnando un +43% delle assunzioni a tempo determinato.

Quindi sì, da una parte arrivano i giovani. Ma il numero degli ingressi dei è troppo piccolo per coprire sia il fisiologico addio dei pensionati, sia quello (enorme) dei medici professionisti che se ne vanno nel pieno della loro esperienza (visto che l’età media di chi presenta le dimissioni si aggira sui 48 anni) portando via capitale umano e capacità clinica.

La fuga dei medici non è più un fenomeno ma un problema strutturale

Non un quadro rassicurante per chi deve essere curato, ma nemmeno per chi rimane a lavorare, visto che i medici in servizio si ritrovano a combattere con quei problemi che hanno portato all’abbandono di molti: turni massacranti, retribuzioni non allineate agli standard europei, condizioni di lavoro che favoriscono il burnout, il peso della burocrazia e le aggressioni nei reparti. Insomma, l’esodo non è più “solo” un fenomeno, ma è un problema strutturale per cui serve una riforma profonda.

L’Anaao Assomed propone un piano straordinario che parte dalla stabilizzazione del Decreto Calabria e dalla trasformazione della formazione specialistica in un vero percorso di formazione-lavoro, ma che punta anche a superare il tetto di spesa per il personale, considerato un ostacolo alle assunzioni. Sul tavolo ci sono poi retribuzioni più competitive, con la detassazione del salario accessorio e il rafforzamento dell’indennità di specificità, una revisione della responsabilità professionale e misure più efficaci contro le aggressioni nei pronto soccorso.

Ma oltre lo stipendio, per i sindacati bisogna intervenire anche sulla qualità della vita: garantire riposi, sostenere la genitorialità, migliorare il welfare e rendere più attrattive le sedi disagiate e quelle del Mezzogiorno attraverso incentivi economici e di carriera. Insomma, la direzione è già evidente: il Ssn ha dimostrato di saper ringiovanire i propri organici, ma ora deve riuscire anche a convincere i suoi medici a restare.


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