L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Editoriale

La giustizia e quel granello di fiducia che se ne va

di Adolfo Spezzaferro -


Dopo quasi vent’anni, la vicenda di Garlasco racconta in modo emblematico il rapporto tra cittadini e giustizia. La domanda non è soltanto chi abbia ucciso Chiara. È anche che cosa sia successo alle regole che dovrebbero accompagnare la ricerca della verità. Se atti investigativi possono essere selezionati o trasmessi in modo diverso da quanto ci si aspetterebbe; se intercettazioni e risultati scientifici arrivano (o non arrivano) all’autorità giudiziaria, per di più attraverso filtri; se le fughe di notizie costruiscono una narrazione pubblica parallela al processo, il problema diventa istituzionale. E qui Garlasco diventa un caso di costume. Perché la giustizia è anche una questione di fiducia. Può soltanto affidarsi al sistema, e quando scopre zone d’ombra o discrezionalità opache, non perde una nozione astratta, perde una certezza quotidiana. C’è Alberto Stasi, condannato definitivamente a sedici anni e già detenuto per quasi undici.

La sua vicenda pone una domanda: quanto è accessibile la revisione di una sentenza quando emergono elementi capaci di riaprire il dubbio? È giusto che il giudicato sia stabile; altrimenti il processo non finirebbe mai. Ma la stabilità non può diventare una fortezza impermeabile anche davanti a possibili errori. Il punto non è stabilire a colpi di talk show chi abbia ragione (né “giustiziare” qualcuno sui social). È capire se le regole abbiano funzionato. Se non hanno funzionato, cambiarle non significa delegittimare la giustizia: significa difenderla. Una democrazia non ha bisogno di una macchina infallibile, ma di una macchina controllabile, trasparente e capace di correggersi.

La verità giudiziaria non può dipendere dalla forza della narrazione, dall’autorevolezza di chi indaga o dal rumore fuori dai tribunali. Deve reggersi su prove (sempre oltre ogni ragionevole dubbio), regole e contraddittorio. Perché quando questi argini si consumano, a pagare non è soltanto un imputato, una famiglia o una vittima. A pagare siamo tutti noi, con quel prezioso granello di fiducia che ogni volta rischiamo di perdere. Il vero scandalo, allora, non sarebbe soltanto l’eventuale errore finale, ma l’idea che un procedimento possa essere deformato lungo il suo iter senza che nessuno sia davvero in grado di accorgersene o porvi rimedio. Una giustizia così, è ingiusta.

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