Garlasco, il caso che ritorna e mette alla prova la Giustizia
Oltre alla ricerca del colpevole c’è in gioco anche la fiducia dei cittadini nelle istituzioni
C’è una domanda a cui nessuna sentenza risponderà. Un cittadino italiano, può fidarsi della sua Giustizia? Perché oggi, di fronte a un caso di cronaca accaduto quasi vent’anni fa, le domande e i dubbi vanno oltre il nome dell’assassino di Chiara Poggi. Il delitto di Garlasco, che in quel 13 agosto 2007 è costato la vita ad una giovane donna, è tornato al centro del dibattito pubblico proprio perché ha riaperto una questione che sembrava archiviata, almeno sul piano giudiziario. Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a sedici anni di carcere per l’omicidio della fidanzata. E dopo tre gradi di giudizio sta pagando ancora la sua pena. Ora – in tv non si parla di altro – una nuova inchiesta ha rimesso sotto esame elementi investigativi e accertamenti tecnici, puntando su un altro possibile assassino di Chiara Poggi: Andrea Sempio, amico di Marco – fratello della vittima.
Il 28 settembre la Procura di Pavia ha chiuso nuovamente le indagini a carico di Sempio, depositando ulteriori consulenze e consolidando l’impianto accusatorio. Non significa che esista già una nuova verità giudiziaria, né che la condanna di Stasi sia stata cancellata. Ma è sufficiente a rimettere in movimento un caso che l’opinione pubblica ha ricominciato a seguire come se fosse accaduto questa, di estate.
La credibilità della Giustizia sotto esame
Eppure, c’è qualcosa che lo trasforma in qualcosa di più di un delitto irrisolto, perché alla realtà dei fatti, con tutto ciò che sta emergendo faldone dopo faldone (ritrovato) si tratta di un vero e proprio banco di prova per la credibilità delle istituzioni chiamate ad accertare la verità.
Una verità che, fino all’apertura dell’inchiesta bis – l’11 marzo 2025 con l’iscrizione nel registro degli indagati di Andrea Sempio – era scolpita in una sentenza definitiva, quella che, almeno sulla carta, dovrebbe rappresentare il punto d’arrivo. La fine di un percorso di accertamento, di prove, di valutazioni, di perizie, di responsabilità stabilite e chiuse.
Ora, con sorpresa di molti – e con cinismo di tanti – oltre 19 anni dopo, emergono elementi che inducono a interrogarsi sulla completezza di quel percorso. Una strada dissestata i cui dossi e curve non riguardano soltanto le persone direttamente coinvolte, ma investono la percezione stessa del funzionamento della giustizia.
Di certo, un cittadino comune non dispone degli strumenti per esaminare una perizia genetica, valutare la tenuta di un’impronta o stabilire se un reperto sia stato trattato correttamente. Si affida agli investigatori, ai consulenti, ai magistrati e ai giudici. Presuppone che ciascuno abbia svolto il proprio compito secondo le regole, secondo la propria professionalità, che gli elementi raccolti siano stati esaminati e che quelli potenzialmente decisivi non siano stati trascurati. Quando questa fiducia vacilla, anche senza che siano state ancora accertate responsabilità individuali, il dubbio si estende oltre il singolo fascicolo.
Garlasco e i dubbi sulle prove scientifiche
Ma è anche nei dettagli che si nasconde la verità, perché è anche (o soprattutto) su questi che può cambiare la direzione di una indagine e, per questo, l’affidabilità delle prove scientifiche è a dir poco fondamentale.
Per anni i reparti investigativi specializzati, i Ris, hanno rappresentato nell’immaginario collettivo il volto più avanzato delle indagini: laboratori, analisi scientifiche, impronte e tracce biologiche capaci di dare risposte anche quando le testimonianze non bastano. Un’immagine rafforzata dalla tv, dove la scienza forense appare spesso come uno strumento in grado di sciogliere ogni mistero.
Ma il caso di Garlasco mette in discussione anche questa rappresentazione. Tra i nodi emersi, difatti, c’è quello delle controanalisi relative al campione che aveva restituito un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi sui pedali della bicicletta di Stasi. Secondo gli accertamenti richiamati dalla Procura, esistevano anche risultati negativi che avrebbero richiesto ulteriori approfondimenti e che non risultavano presenti nel fascicolo originario nella forma attesa.
Ora, le responsabilità dovranno essere accertate nelle sedi opportune, ma che valore può avere una prova scientifica se non è possibile ricostruire con assoluta chiarezza come sia stata ottenuta, verificata e inserita nel quadro investigativo?
Quando gli errori umani mettono in discussione le indagini
Sappiamo che la scienza forense non è infallibile e talvolta gli accertamenti potrebbero essere insufficienti o discordanti. Ma in questo caso i problemi sono legati a veri e propri errori umani, a mancanze rilevanti che non si limiterebbero alla singola indagine, ma investirebbero la reputazione di un intero sistema.
Oltre a scienza e tecnicismi, però, c’è la dimensione umana. Al momento non sappiamo dove la nuova inchiesta porterà, ma se questa dovesse condurre a una ricostruzione incompatibile con la condanna di Alberto Stasi, diventerebbe inevitabile interrogarsi sul prezzo pagato da un uomo che ha trascorso anni in carcere e che ha sostenuto i costi – personali, professionali ed economici – di una lunga vicenda giudiziaria. Un prezzo che nessuna revisione potrebbe cancellare retroattivamente.
Un conto salato, sì, che potrebbe pagare Stasi, ma che di certo ha pagato lo Stato, e sta ancora pagando. Sono già di norma enormi i costi pubblici di una indagine: ma ulteriori verifiche, esami, perizie, inchieste bis, interrogatori, intercettazioni, analisi di laboratorio, portano la parcella finale a una cifra con più zeri di quanti possiamo immaginarne.
Il prezzo della verità: chi paga per gli errori?
Non esiste, allo stato, una cifra complessiva verificata che consenta di quantificare il costo delle nuove indagini e degli eventuali errori originari. Ma se venissero confermate carenze investigative capaci di incidere sul processo, quante risorse pubbliche sarebbero state impiegate per arrivare a una conclusione che, ora, è da correggere?
Il rischio è grande, ma ce c’è uno maggiore. Vivere con il sospetto. Se tutto questo è successo a Garlasco, con l’omicidio di Chiara Poggi, quante altre indagini possono essere state condotte male? Quanti casi risolti, per la giustizia, non lo sono per la verità dei fatti?
Il timore è che il delitto del 13 agosto 2007 possa rappresentare un precedente. Quasi una “puntata pilota” di una serie televisiva da tante stagioni.
Il rischio più grande: perdere la fiducia nella Giustizia
Di certo, se non nelle aule di giustizia, lo potrà essere sul piano dell’opinione pubblica e, soprattutto, del metodo. Può spingerci a chiedere maggiore chiarezza, precisione, controllo, su chi indaga e su chi è demandato a verificare scientificamente e giuridicamente le prove di un crimine.
Perché il rischio è la perdita, completa, della fiducia in uno dei pilastri del nostro Paese. Il caso Garlasco non dimostra che la giustizia italiana sia inaffidabile, ma obbliga a chiedersi quali controlli servano perché resti affidabile, anche quando emergono dubbi sulle sue conclusioni.
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