Perché quello di Garlasco è anche un caso politico
Molte delle norme che regolano le attività investigative e quelle inquirenti sono state evidentemente violate per 19 anni. Significa che alcune leggi vanno riviste
Quello del delitto di Garlasco non è un caso esclusivamente giudiziario. Tutto quanto sta emergendo nella nuova indagine della procura di Pavia sull’omicidio di Chiara Poggi investe infatti diversi aspetti, alcuni dei quali tra loro correlati in modo più o meno articolato. Quello che abbiamo di fronte è certamente un caso mediatico, ma anche sociale e questo gli conferisce un tratto politico. Perché i cittadini non possono che rabbrividire e perdere fino all’ultimo granello di fiducia nella macchina della giustizia nell’apprendere tutto quanto sta emergendo. Il motivo è molto semplice: molte delle norme che regolano le attività investigative e quelle inquirenti sono state evidentemente violate per 19 anni. Significa che alcune leggi vanno riviste.
Il ruolo della Polizia giudiziaria
In altri, invece, con una libertà anche interpretativa che sconcerta. Se gli investigatori scientifici possono decidere quali risultati dei test effettuati riferire all’autorità giudiziaria e quali no, cosa trasmettere nei fascicoli ufficiali e cosa omettere, ci si domanda su cosa un giudice sia effettivamente chiamato a prendere una decisione. Ma anche in che modo una difesa possa stabilire una strategia efficace, come nel diritto di ciascun indagato o imputato. E se i carabinieri incaricati di effettuare e successivamente lavorare delle intercettazioni sono liberi di selezionare autonomamente cosa trascrivere e cosa no, come riassumere il contenuto di una conversazione captata e che interpretazione darne, è giusto porsi un dubbio sull’effettivo ruolo del pm incaricato del caso. Innanzitutto, è inconcepibile come alcune attività di Polizia giudiziaria siano state svolte addirittura dei pm.
Tra abusi e ipotesi di depistaggio
Delle fughe di notizie per sfruttare la narrazione mediatica, puntualmente alterata rispetto a quella reale, al fine di condizionare l’opinione pubblica è forse addirittura inutile parlare. Così come di chi è chiamato a guidare specifici reparti delle forze dell’ordine. In particolare quelli generalmente più sollecitati dalle procure, che ritiene di poter fare il bello e il cattivo tempo. Tutto ciò – che è quanto in quasi vent’anni si è verificato nel caso di Garlasco – rappresenta nella migliore delle ipotesi un abuso, nella peggiore un tentativo di depistaggio. Quale che sia delle due la circostanza corretta il risultato non cambia. Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a 16 anni di carcere, dei quali quasi 11 già scontati. Questo apre a un ulteriore problema, anzi, a due. Il primo è noto. Riguarda la possibilità di sbattere in galera una persona dopo due sentenze conformi di assoluzione senza nuove prove.
Il nodo della revisione
Il secondo è relativo alla difficoltà di ottenere la revisione di una sentenza passata in giudicato. Che questo istituto sia del tutto eccezionale e rappresenti una sorta di extrema ratio è ovvio, altrimenti i gradi di giudizio non sarebbero più tre ma quattro. Ma che, nonostante evidenti distorsioni procedurali, processuali e narrative, che hanno chiaramente leso il diritto alla difesa dell’imputato, anche cosa sia e cosa no una nuova prova, elemento principale per presentare un’istanza di revisione, sia soggetto a maglie estremamente stringenti appare surreale. Come tutto il resto di cui si è avuto evidenza con il caso del delitto di Garlasco. E allora bisogna cambiare. Perché se pure le leggi ci sono ma non funzionano, perché inefficaci, di difficile applicazione o addirittura controproducenti, allora andrebbero riviste.
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