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Giustizia

La grazia nel tempo dell’ignoranza procedurale

Il caso Minetti tra ignoranza e diritto: perché la grazia è prerogativa del Colle e il Ministro Nordio non è il decisore, ma un tramite tecnico procedurale

di Anna Tortora -


Il linciaggio mediatico che in queste ore investe il Guardasigilli Carlo Nordio sul caso della grazia a Nicole Minetti rivela un’analfabetismo costituzionale di ritorno che spaventa più del merito della vicenda stessa. Prima di imbracciare i forconi digitali, sarebbe opportuno che i tribuni del web aprissero, anche solo per sbaglio, il Codice di Procedura Penale e le sentenze della Consulta.

Il mito del Ministro “Decisore”

La vulgata popolare vuole un Nordio intento a dispensare clemenza come un monarca d’altri tempi. La realtà giuridica, purtroppo per i complottisti, è assai più arida. Dalla storica sentenza 200/2006 della Corte Costituzionale, il potere di grazia è stato sottratto alla discrezionalità politica del Ministero per essere consegnato nelle mani esclusive del Capo dello Stato.

In questo schema, il Ministro della Giustizia agisce come un raffinato notaio dell’istruttoria. Riceve l’istanza (che può essere presentata dal condannato, dai suoi legali o attivata motu proprio dal Colle), raccoglie i pareri dei magistrati di sorveglianza e delle procure, e trasmette il plico al Quirinale. Nordio non può “bloccare” la grazia per antipatia elettorale: se il Presidente della Repubblica decide di procedere, la controfirma del Ministro è un atto dovuto, pena il conflitto di attribuzione. Accusare il Ministro di aver “concesso” la grazia è come incolpare il portalettere per il contenuto di una bolletta salata.

Il cortocircuito dei controlli e l’eventualità del vizio

Il punto di rottura odierno riguarda le verifiche su elementi che avrebbero indotto in errore il Quirinale. Se in un’istanza di grazia emergessero dati non rispondenti al vero, il problema non risiederebbe nell’assenza di controlli, ma nell’oggettiva impossibilità delle istituzioni di operare fuori dal perimetro degli atti ufficiali ricevuti. Sul piano squisitamente tecnico, qualora un’istruttoria venisse inquinata da rappresentazioni parziali o errate, la responsabilità giuridica ricadrebbe sulla genesi dell’istanza, non sulla sua gestione amministrativa.

In uno Stato di diritto, il Ministero e il Quirinale sono i garanti della procedura; se la procedura viene viziata dall’esterno, le istituzioni ne sono le prime vittime, non le artefici.
Immaginare che gli uffici di Via Arenula e del Colle abbiano “chiuso gli occhi” appartiene alla letteratura del sospetto. Se un’istruttoria viene compromessa alla fonte, il sistema ha gli anticorpi per reagire attraverso la revoca del decreto, ma gridare all’incompetenza di chi ha processato quei dati significa ignorare come funzioni la gerarchia delle verifiche istituzionali.

Il raglio della piazza

È curioso notare come la piazza giustizialista, sempre pronta a invocare la santità della magistratura, si scagli oggi contro il Ministro che ha semplicemente dato corso a un’istruttoria tecnica basata sui pareri dei magistrati. Se il Quirinale oggi chiede lumi, esercita la sua funzione di garante supremo. Tutto il resto è rumore bianco, il raglio di chi preferisce la gogna alla norma. Andrebbe spiegato a chi oggi insulta che il diritto non è un sondaggio di gradimento su Facebook o X, ma una procedura che protegge tutti, anche quando il beneficiario non ci piace. In mancanza di questa consapevolezza, restano solo le urla.

L’indulgenza plenaria per l’ignoranza

In fondo, la vera grazia dovremmo chiederla noi: quella di non dover più spiegare la differenza tra un’istruttoria ministeriale e un favore personale a chi pensa che la Gazzetta Ufficiale sia un inserto sportivo. Ma temiamo che, per certi ragli, non basti nemmeno l’indulgenza plenaria del Quirinale.

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