Il caso di Bordighera: Servizi Sociali, Servizi Inutili
Si chiamava Beatrice. Aveva due anni. È stata trovata morta il 9 febbraio 2026 nella villetta di Bordighera, in provincia di Imperia, dove viveva con la madre Emanuela Aiello e le due sorelline. A ucciderla, secondo la procura di Imperia, non è stato un incidente, non una malattia, non la crudeltà cieca del caso: è stata una lunga sequenza di violenze e sevizie inflitte da chi avrebbe dovuto amarla. La madre è in carcere dal giorno della morte. Il compagno di lei, Manuel Iannuzzi, 42 anni, è stato arrestato all’alba del 30 maggio 2026 con l’accusa di maltrattamenti aggravati dalla morte della bambina.
Sul suo cellulare sequestrato gli inquirenti hanno trovato foto di Beatrice con il volto tumefatto dopo i pestaggi, e un video in cui alla piccola viene imposto di fumare una sigaretta mentre gli adulti ridono e lei scoppia in lacrime. Sul corpicino, l’autopsia ha rilevato il segno di un’impronta parziale di una scarpa, compatibile con un calcio. Le due sorelline, affidate a una struttura protetta e avviate a un percorso psicologico, hanno poi raccontato agli inquirenti che quella notte, per far riprendere Beatrice, le avevano tenuto la testa sott’acqua e le avevano dato dello zucchero. Senza chiamare un medico. Senza chiamare nessuno. Solo quando era già morta è arrivata la telefonata al 118.
Bordighera, la morte di Beatrice e il ruolo dei servizi sociali
E i servizi sociali? Assenti. Silenti. Come se quella bambina non fosse mai esistita nel loro radar, nei loro fascicoli, nelle loro agende fitte di riunioni e protocolli. Eppure quegli stessi servizi sociali — quelli che non vedono, non sentono, non intervengono quando ci sarebbe davvero da intervenire — negli anni passati hanno dimostrato di saper essere straordinariamente attivi e zelanti in tutt’altro contesto.
Il caso di Bibbiano non è un’invenzione giornalistica: è una vicenda giudiziaria reale, con atti processuali, famiglie distrutte, bambini strappati a genitori perbene sulla base di relazioni discutibili, di metodi contestati, di valutazioni che la magistratura stessa ha ritenuto meritevoli di approfondimento. Famiglie normali, amorevoli, giudicate pericolose da chi aveva il potere di togliere un figlio con una firma. Quello non era un servizio sociale: era un sequestro di persona con il timbro dello Stato.
E poi c’è la cosiddetta “famiglia del bosco”, quella scelta di vita alternativa, sobria, lontana dai consumi e dai ritmi frenetici del mondo moderno, vissuta come se il benessere di un figlio si misurasse esclusivamente in termini di iscrizione a scuola e connessione Wi-Fi. Lì lo Stato è corso, ha valutato, ha giudicato, ha agito. Con solerzia ammirevole. Con una celerità che fa quasi tenerezza se paragonata all’inerzia mostrata nei confronti di bambini che vivono in situazioni di pericolo reale, documentato, visibile.
Il paradosso
Il paradosso è amaro quanto evidente: i servizi sociali sembrano muoversi con il radar invertito. Captano il segnale delle famiglie eccentriche ma innocue, si attivano sulle scelte di vita fuori dal coro, si mostrano presenti e persino invasivi con chi non rappresenta alcuna minaccia per i propri figli. E spariscono — letteralmente — quando c’è da fronteggiare il degrado, la violenza, l’abuso sistematico su un essere indifeso che non ha voce per chiedere aiuto.
Prima di voler educare le famiglie, prima di sorvegliarle, giudicarle, schedarne le abitudini e valutarne la conformità a un modello astratto di genitorialità, lo Stato farebbe bene a guardare dentro casa propria. A chiedersi perché Beatrice è morta sotto le botte senza che nessuno abbia bussato alla sua porta. A chiedersi se quei servizi siano davvero sociali, davvero un servizio, o semplicemente un meccanismo selettivo che protegge chi non ha bisogno di protezione e abbandona chi ne avrebbe diritto.
Finché non si risponde onestamente a questa domanda, ogni discorso sulla tutela dell’infanzia resta quello che è: una bella parola scritta su un modulo che nessuno legge.
Torna alle notizie in home