IN LIBRERIA – Quando la truffa diventa poesia
Ci sono libri che sembrano nati per sfidare ogni classificazione. Il femore di Rimbaud di Franz Bartelt, pubblicato da Prehistorica Editore nella traduzione di Alice Laverda e Lamberto Santuccio, è uno di questi. Un romanzo folle, brillante e imprevedibile, capace di muoversi con disinvoltura tra commedia, noir, poliziesco e melodramma sentimentale. Una storia che diverte, sorprende e, sotto la superficie leggera e spumeggiante, costruisce una delle satire più feroci sulla società contemporanea. Il protagonista è Majésu Monroe, un rigattiere che vende ai suoi clienti oggetti appartenuti, almeno secondo il suo racconto, a personaggi celebri. Nel suo negozio si possono trovare un ritratto di Cristo realizzato da un ufficiale romano, il calzino bucato di Arthur Rimbaud e una quantità infinita di improbabili reliquie tra il capolavoro e la truffa. Ma il vero talento di Majésu è dare agli oggetti una storia.
Una capacità narrativa che conquista Noème, figlia di una coppia ricchissima, animata da un feroce rancore verso il mondo borghese da cui proviene. Lei vuole ribellarsi ai privilegi della propria famiglia, lui vive di espedienti e illusioni: due outsider apparentemente perfetti l’uno per l’altra. La loro relazione nasce su fondamenta decisamente singolari: una passione smisurata per l’alcol, un linguaggio immaginifico e un comune disprezzo per le convenzioni sociali.
Satira e stile in Il femore di Rimbaud, tra eredità e ipocrisie borghesi
Bartelt costruisce una coppia grottesca, destinata a mettere alla prova ogni ideale quando arriva il momento dell’eredità. La ricchezza tanto combattuta diventa improvvisamente una tentazione concreta e il matrimonio si trasforma in un campo di battaglia. Qui le grandi convinzioni morali cedono davanti al peso del denaro. Bersaglio dello scrittore francese è sì la fragilità dei singoli individui, ma anche quella di borghesia, ambienti accademici, finanza, polizia e giustizia. Bartelt osserva la società con uno sguardo caustico, mostrando quanto spesso dietro ideali altisonanti e grandi principi si nascondano egoismi, ipocrisie e interessi personali. La scrittura è raffinata e precisa, ma non rinuncia mai al piacere del gioco.
Ogni pagina sembra una corsa sulle montagne russe: improvvise svolte narrative, situazioni assurde, dialoghi surreali e un’ironia tagliente. Il risultato è un romanzo che riesce a essere insieme divertentissimo e profondamente amaro. Il riferimento a Rimbaud nel titolo è una dichiarazione d’intenti. Il poeta maledetto diventa il simbolo perfetto di un mondo in cui il valore delle cose dipende dalla storia che siamo capaci di raccontare intorno a esse. Un femore, un calzino, una reliquia: ciò che conta non è tanto l’oggetto in sé, ma la narrazione che lo accompagna.
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