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Economia

Il nano politico Ue fa ricco (e felice) Trump e ci condanna all’irrilevanza

Altro che vittoria, il sì ai dazi Usa consegna l'Europa all'America. E Confindustria teme la recessione

di Giovanni Vasso -


Il nano politico non si smentisce mai. L’Ue corre a firmare i dazi di Trump e, al solito, tenta di contrabbandare la (palese) sconfitta degli ultimi mesi di trattativa come una grande vittoria. È bastato far bù, al presidente americano, minacciando una nuova raffica di dazi sull’automotive per sgominare l’altezzosa alterigia degli eurocrati. Una postura ben diversa da quella di Mark Carney, in Canada, e persino del Brasile di Ignacio Lula. Ricevuto, quest’ultimo, con tutti gli onori dallo stesso tycoon. Ma occorre far di necessità virtù. Vendere ciò che si ha. Cioè poco più che nulla rispetto agli accordi asimmetrici (che pietoso eufemismo) siglati a Turnberry in Scozia. Rispetto ad allora, l’Ue ha rivendicato la possibilità di sfilarsi se gli Usa dovessero ancora cambiare le carte in tavola. Se ci pensate bene, una tragica ammissione di impotenza: se l’America straccia i patti, solo a quel punto, pensiamo di poter uscire anche noi. Roba da ridere, se non ci fosse da piangere.

Nano politico come manifesto programmatico

Ursula von der Leyen, però, non può far altro che cantare vittoria e vuole ancorare all’accordo sui dazi un corso nuovo dedicato al mercato unico. Il nano politico, del resto, è prima ancora che un’azzeccatissima figura retorica un vero e proprio programma politico. La Capa dell’Esecutivo Ue ha squillato ben sei punti. Tutti bellissimi, tutti ambiziosi, tutti condivisibilissimi. Poi però, in mattinata, è iniziata l’assemblea dei soci di Commerzbank e ci ha pensato la realtà a mandare in frantumi i sogni della contessa. Che Unione vuoi fare con i cartelli “Unicredit go away” e un vecchio banchiere centrale, herr Jens Weidmann, che intima agli azionisti di non accettare soldi da Orcel perché, facendolo, si accetterebbe il rischio di dipendere dai titoli di Stato italiani. Che, secondo lui e quelli che la pensano (ancora) come lui, sarebbero poco più che spazzatura. Nonostante i mercati, da anni (o forse da sempre…) dicano esattamente il contrario. A Berlino, ottenuto il niet sulla deroga al Patto di stabilità chiesta dall’Italia, può andar giù che la Spagna la passi liscia sui fondi Covid usati per far salire la crescita ma non certo che una banca di sistema passi agli odiati “vicini” del Sud. Né che a loro si accordi una deroga al Patto.

Le soluzioni creative

Il Commissario Ue Raffaele Fitto, ieri, ha detto che a qualcosa si sta lavorando. A trovare una soluzione con Dombrovskis. Niente di meno. Che, chissà, forse sarà creativa. Giorgetti, martedì, aveva già detto di attenderci di tutto. Né la deroga al Sacro Vincolo del 3%, né come confermato da Fitto e dalla cancellazione dell’articolo 8 della mozione del centrodestra passata al Senato martedì, il defilarsi dagli impegni in fatto di spesa per la Difesa. Su cui, a onta dei proclami e delle clausole Made in Eu, saranno gli americani (così come per il gas e l’energia) a papparsi la fetta più golosa della torta. Il nano politico si prepara ad aggiustare, spendendo ciò che resta del gruzzolo del (fu) gigante economico per sanare i guasti di un’economia Usa che di filare dritta non vuol proprio saperne.

“Stagnazione? Forse peggio…”

E intanto l’industria italiana inizia a tremare. Sul serio. Il Centro Studi di Confindustria ha affermato a chiare lettere che se la guerra dovesse continuare ci dovremmo attendere di tutto. E, forse, finire in stagnazione potrebbe addirittura essere il meno. La recessione è dietro l’angolo. La decrescita, infelice, è a un tiro di schioppo da Hormuz, dagli aiuti di Stato per chi c’ha i soldi, dagli Ets che non si toccano e anzi si rilanciano. La fiducia, si legge nella congiuntura flash di viale dell’Astronomia, è in calo. Così come i consumi. Non può essere altrimenti. L’industria regge ma i costi dell’energia fanno paura. E l’euro forte fa il resto. I dazi, questo accordo con gli Usa, è un palliativo. Meglio che nulla, sia chiaro. Ma ciò accade mentre, ad aprile, l’inflazione sale (per Eurostat è già al 3% in Europa e resta al 2,8% in Italia) e pertanto gli industriali non possono che attendersi un aumento dei tassi da parte della Bce. E poi c’è il nodo del Pnrr. Questo è l’ultimo (e decisivo) anno di investimenti. Poi bisognerà iniziare a restituire i denari prestati (e non regalati come ripetuto, pappagallescamente, dai soliti politici in cerca di consensi facili) dall’Ue. Il nano politico ci ha condannati all’irrilevanza globale seguendo le chimere, però vuoi mettere la soddisfazione di bacchettare la Slovacchia perché cancella le agenzie di Stato anti-corruzione?


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