Il caso Flotilla mette alla prova il governo: amicizia con Israele, ma non a ogni costo
La Flotilla è tornata a forzare la coscienza dell’Europa. Non solo per ciò che rappresenta – una sfida civile e non armata al blocco di Gaza – ma per ciò che ha mostrato: attivisti fermati in mare, imbarcazioni intercettate, cittadini italiani coinvolti, immagini di uomini e donne trattati come ostaggi politici più che come manifestanti. Ed è precisamente questo il punto che rende la vicenda intollerabile: non siamo davanti a un confronto militare, ma a una risposta di forza contro iniziative civili che, giuste o sbagliate che le si ritenga sul piano politico, non possono essere umiliate né represse con modalità lesive della dignità personale.
La Freedom Flotilla Coalition rivendica da anni un’azione diretta non violenta contro il blocco navale di Gaza. In questa nuova fase, dopo gli episodi al largo della Grecia e le denunce di intimidazioni e abusi, il messaggio politico è diventato ancora più netto: rompere il silenzio internazionale su Gaza e denunciare la normalizzazione dell’assedio. Israele, da parte sua, considera queste missioni una provocazione e le tratta come una minaccia da neutralizzare.
Ma è proprio qui che si misura la qualità di uno Stato di diritto: nella capacità di distinguere fra sicurezza e sopraffazione. Quando un governo sceglie di esibire la propria forza su attivisti inermi, il confine tra deterrenza e abuso si assottiglia fino quasi a scomparire.
La questione, tuttavia, non è soltanto umanitaria. È profondamente politica. Perché la vicenda costringe i governi europei, e quello italiano in particolare, a uscire dalla zona grigia dell’ambiguità. Per mesi l’esecutivo ha provato a tenere insieme due linee: fedeltà all’alleanza occidentale e crescente disagio per gli eccessi del governo Netanyahu. Ora però quella mediazione si fa sempre più difficile.
Se vengono coinvolti cittadini italiani, se l’intervento avviene in acque internazionali secondo le denunce degli organizzatori, se le immagini del porto di Ashdod mostrano manifestanti inginocchiati e legati, allora il problema non è più confinabile nella diplomazia prudente. Diventa una questione di sovranità, tutela consolare e credibilità politica.
Antonio Tajani, infatti, aveva già chiesto il rispetto del diritto internazionale e la tutela della dignità delle persone eventualmente fermate. Poi, insieme al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha alzato il tono contro il ministro israeliano Itamar Ben Gvir. La nota congiunta è politicamente significativa: le immagini del ministro vengono definite ‘inaccettabili’, il trattamento riservato ai manifestanti ‘lesivo della dignità della persona’, mentre il governo italiano pretende la liberazione immediata dei cittadini italiani, chiede scuse formali e annuncia la convocazione dell’ambasciatore israeliano. È un passaggio che segna una discontinuità.
Non ancora una rottura con Israele, ma certamente una presa di distanza da una parte del suo gruppo dirigente, quella più radicale e ideologica.
l nodo politico, allora, è questo: l’Italia può continuare ad avere rapporti ‘cordiali’ con Israele, ma non può accettare in silenzio la deriva di un governo che umilia civili, irride attivisti e tratta il dissenso internazionale come un trofeo da esibire.
Difendere gli attivisti della Flotilla non significa aderire a ogni loro parola d’ordine; significa difendere un principio più elementare e più alto: nessuna ragione di Stato giustifica la mortificazione della persona. Quando questo limite viene superato, la neutralità diventa complicità. E la politica, se vuole conservare un residuo di autorevolezza morale, ha il dovere di dirlo senza ipocrisia.
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