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Il paradosso del caso Garlasco

di Francesco Da Riva Grechi -


Sono tanti i paradossi del caso Garlasco, ciascuno più o meno tragico, vista la fine toccata a Chiara Poggi, l’ormai lontano 13 agosto 2007, ma uno di questi li sintetizza tutti: più le fasi procedimenti e processuali si succedono e si alternano, più la verità sembra allontanarsi, sfumare, diventare sempre più inverosimile.

Adesso si sono appena concluse le indagini a carico di Andrea Sempio che sembra indirizzato inesorabilmente verso il rinvio a giudizio. Con l’unico risultato di far apparire sempre più ingiusta ed assurda la condanna di Alberto Stasi. Il punto di partenza è clamoroso: i carabinieri del Ris nel 2007 avrebbero già saputo che Alberto Stasi era innocente, ma avrebbero nascosto i risultati delle analisi anche al pm.

Per il resto la vicenda è una guerra di perizie e controperizie, ciascuna con una sua (presunta) dignità scientifica. Evidentemente di particolare importanza quella chiesta dalla Procura della Repubblica di Pavia alla professoressa Cristina Cattaneo e al co-consulente Biagio Eugenio Leone, depositata il 21 settembre scorso. Anche questa rimette in discussione aspetti chiave dell’omicidio a cominciare proprio dalla sequenza temporale tra le prime lesioni ed il decesso definibile nell’ordine di decine di minuti, con un limite prudenziale non inferiore a 15-30 minuti e plausibilmente compreso tra 30 e 60 minuti.

L’analisi delle ferite post-craniali indica chiaramente che Chiara si è difesa: parte dei colpi è riconducibile ad azioni difensive, sia attive sia passive a protezione del corpo, smentendo la riconducibilità delle lesioni a semplici urti accidentali o cadute. Alla luce di questi sviluppi, il collegio difensivo di Alberto Stasi, composto dai legali Giada Bocellari e Antonio De Renzis, è al lavoro per formalizzare la richiesta di revisione della sentenza.

La consulenza depositata

Nel fascicolo della difesa figura una consulenza depositata lo scorso luglio, basata sulle trascrizioni delle intercettazioni ambientali disposte nel 2017 sull’auto di Andrea Sempio. Nel mirino, in particolare, una registrazione del 9 febbraio 2017: mentre si trovava solo a bordo della propria vettura, Sempio faceva esplicito riferimento al video intimo girato tra Chiara Poggi e Alberto Stasi, commentando le ragioni della ripresa.

Tale passaggio, verbalizzato anche nell’informativa del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Milano, proverebbe una conoscenza diretta del filmato, circostanza che l’uomo ha sempre respinto. Tuttavia per ottenere la revisione di una sentenza definitiva non basta che emergano dubbi sulla ricostruzione precedente: occorrono nuove prove o nuovi elementi tali da dimostrare che il condannato avrebbe dovuto essere prosciolto.

Secondo quanto ricostruito dalla difesa di Stasi dopo avere avuto accesso ai dati grezzi delle analisi compiute dal Ris di Parma nel 2007, al primo accertamento del 19 settembre, che aveva dato un risultato positivo e che venne interpretato come presenza del Dna di Chiara Poggi, sarebbero seguite il giorno successivo due contro-analisi con risultato totalmente negativo.

Ed è proprio questo elemento che potrebbe assumere un peso rilevante nell’eventuale richiesta di revisione. I legali di Stasi sostengono che le due analisi del 20 settembre 2007 non risultino depositate nel fascicolo delle indagini preliminari, né trasmesse al pubblico ministero o alle parti.

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