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Economia

Spunta la Cassazione, un mese di respiro per l’ex Ilva: e poi?

Il ricorso contro la chiusura dell'area a caldo sarà discusso il 20 ottobre: slittano le misure straordinarie per i lavoratori

di Cristiana Flaminio -


Non è finita finché non è finita: e ciò vale anche per l’ex Ilva, la Corte di Cassazione ha fissato la data per l’udienza sul ricorso contro il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che impone la chiusura dell’area a caldo di Taranto. La discussione è prevista per il 20 ottobre prossimo. La notizia è di quelle grosse. Se non altro, perché restituisce un briciolo di speranza (e di tempo) a governo, sindacati e azienda per trovare una soluzione per il futuro dell’acciaieria italiana. Appena, infatti, la decisione degli Ermellini ha raggiunto il tavolo che ieri mattina s’è tenuto a Palazzo Chigi, tutto è cambiato. Al punto che le decisioni del governo, orientato fino a quel momento a concedere una Cassa integrazione emergenziale ai lavoratori coinvolti, sono state congelate. Non se n’è parlato al consiglio dei ministri di ieri che, invece, s’è “limitato” a confermare i soliti sconti sulle accise del diesel. Il tavolo è stato riaggiornato a venerdì.

La Cassazione e il nodo ex Ilva: un mese di tempo in più

Anche stavolta, ci saranno pure i sindacati. A cui è bastato, per modo di dire e solo per ora, l’impegno dell’esecutivo finalizzato a chiedere lo stop dei licenziamenti già avviati dalle aziende dell’indotto tarantino. Ciò, però, non impone la smobilitazione e la Fiom-Cgil ha ribadito che rimane alta l’attenzione mentre la Fim-Cisl chiede la continuità della produzione. Questo è il busillis. Se la Cassazione dovesse procedere con la sospensione del decreto, potrebbe riaprirsi una partita che, al momento, sembrava già chiusa. Ma, ed è già un buon risultato, è arrivato un mesetto di tempo in più per poter valutare meglio la situazione e per tentare di fare qualcosa. Non c’è granché da girarsi attorno. C’è una bomba sociale innescata. Che non minaccia solo Taranto o soltanto il Sud. Ma tutta l’economia nazionale.

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E poi?

Senza acciaio, in un’epoca di reshoring come questa, l’industria italiana rischia grosso. Tuttavia c’è pure da considerare, e bene, il tema ambientale. Il diritto alla salute, come hanno ribadito i giudici milanesi, viene prima. Insomma, chi prenderà in mano le redini dell’acciaio italiano dovrà rimettere in sesto una produzione che già è in fase calante, restituire sicurezza ambientale, dare affidabilità economica alle imprese. Da quelle dell’indotto e fino all’intera produzione, o a ciò che ne resta, italiana. Un compito arduo, considerando i decenni letteralmente perduti, nonostante fiumi di denaro pubblico e concessioni sempre più vaste, che sono state accordate a chiunque si affacciasse. Difficile, ma non impossibile. C’è qualcuno che può farlo: si chiama Stato.


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