L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Torino

Alberto Fortis: «La musica oggi deve tornare a parlare alle persone»

di Redazione -


Un’estate intensa, fatta di concerti, nuovi progetti e un album ormai prossimo all’uscita. Alberto Fortis sta vivendo una nuova stagione professionale che sembra intrecciare passato e futuro: da una parte i suoi oltre 45 anni di carriera, dall’altra un disco completamente inedito, un libro biografico e nuovi progetti legati all’arte e all’impegno sociale.

È stata un’estate molto intensa.

Si, molto nutrita di concerti, con una band straordinaria e, parallelamente, diversi appuntamenti nella formula pianoforte e voce. Il clima è stato provante, ma le soddisfazioni hanno annullato ogni sensazione di pesantezza e arsura.

E adesso?

Siamo già al lavoro sulle nuove uscite. Intorno alla metà di settembre arriverà il secondo singolo, che segue Ricordati di me e anticiperà l’uscita dell’album prevista per ottobre. Sarà un disco completamente composto da inediti.

Parallelamente sta lavorando anche ad un libro.

Sì, è un progetto a cui tengo molto che sarà pubblicato con La nave di Teseo, probabilmente sarà pubblicato tra Natale e gennaio. Ci saranno diversi appuntamenti per presentarlo e, sicuramente, ci sarà Torino.

Nel frattempo continua anche il suo percorso di impegno sociale.

Per me sono sempre state due linee convergenti. La musica non è mai stata soltanto intrattenimento. Da più di un anno e mezzo collaboro con la Citta dell’arte del maestro Michelangelo Pistoletto, a Biella, e questa esperienza ha rafforzato ulteriormente la mia convinzione che l’arte possa avere una funzione sociale molto importante.

Da dove nasce questa legittima convinzione?

Probabilmente anche dalla mia formazione. Sono stato studente di medicina e figlio di medici. So quanto possa essere importante il rapporto tra corpo, mente e arte. Oggi viviamo un momento in cui l’arte, e soprattutto la musica, è in grado di contribuire a creare consapevolezza e relazioni. È una responsabilità che sento sempre di più.

La sente anche quando sale sul palco?

Sì. Dopo oltre 45 anni di carriera, la sensazione non è più esattamente la stessa. C’è stata un’evoluzione anche nelle quasi due ore di concerto che affronto; sento ancora più forte la necessità di entrare nel sociale, di essere portavoce, per quanto posso e nelle mie proporzioni, di determinati valori.

E il pubblico come reagisce?

Durante i concerti incontro persone di generazioni diverse e spesso ragazzi che non mi conoscevano. Mi capita che vengano in camerino e mi dicano: “Non ti conoscevo, ma questa cosa che hai detto mi riguarda”. È una sintonia che mi colpisce molto e una delle cose che mi da più fiducia.

Quindi la musica può ancora creare un dialogo tra generazioni?

Assolutamente sì. Quando parlo di determinati temi ascolto applausi che definirei liberatori. È come se quelle parole dessero voce a qualcosa che le persone hanno già dentro, ma che spesso non riescono ad esprimere. Siamo immersi in una comunicazione velocissima, piena di distrazioni e di paure, ma abbiamo bisogno di tornare a parlare.

È questo il senso anche del suo nuovo documentario, Respiri?

Sì. Respiri nasce proprio da questo itinerario tra musica, disciplina del corpo e terapie, con esperienze legate anche allo Zen. Nel progetto sono riuscito a coinvolgere Michelangelo Pistoletto, Moni Ovadia e la nazionale femminile di pallavolo, come esempio di eccellenza sportiva. È un lavoro che mette insieme dimensioni diverse ma profondamente collegate.

Moni Ovadia è stato anche al suo fianco musicalmente.

Sì, canta con me in Ricordati di me ed è presente anche nel video. È stata una collaborazione bellissima. Tra noi si è creato un rapporto di grande stima, rispetto e ammirazione reciproca. È come avere un fratello maggiore.

E dopo tanti anni cosa significa vedere ancora persone arrivare con un CD o un vinile per chiedere un autografo?

Lo apprezzo molto. Pensavo che ormai ci fossero soltanto i selfie, invece l’autografo esiste ancora. Ma soprattutto noto che, dopo i concerti, molte persone si fermano per parlare, cercano un incontro e questo, per me, è indicativo.

C’è qualcosa che invece la preoccupa del mondo della musica di oggi?

Il sistema delle radio è diventato di difficile accesso per chi non appartiene ai circuiti forti. Essere trasmessi con nuovi prodotti è un’impresa mentre il Festival di Sanremo è diventato una cassa di risonanza enorme e, piaccia o no, rappresenta una sorta di password per essere nuovamente adottati dal sistema.

È tenace quando guarda al futuro.

Per me è determinante continuare a fare il proprio lavoro e portare avanti ciò in cui si crede. Se la musica riesce ancora a creare una occasione di incontro tra persone diverse, allora significa che qualcosa di consistente è rimasto e su questo bisogna costruire il futuro.

Maria La Barbera

ilTorinese.it


Torna alle notizie in home