L’Italia pratica il lobbismo ma non lo regolamenta
L'Operazione Pegaso della magistratura scoperchia nuovamente un paradosso irrisolto
Ventidue indagati, colossi dell’istruzione telematica, un’agenzia di pubbliche relazioni e vertici editoriali. L’inchiesta Pegaso svela il paradosso di un Paese dove le pressioni restano senza regole, delegando ai giudici il confine della trasparenza.
Dopo l’Operazione Pegaso…
Un filo invisibile ma robusto attraversa i palazzi del potere romano, le redazioni dei quotidiani e le stanze dei bottoni dei colossi privati. È la trama della persuasione e delle influenze che nelle grandi democrazie occidentali prende il nome di lobbying, regolato da registri pubblici e agende trasparenti.
In Italia, al contrario, questa attività preferisce muoversi nelle penombre dei corridoi, protetta da una storica resistenza normativa. Poi, puntualmente, arriva un’inchiesta giudiziaria a squarciare il velo, trasformando il confronto tra portatori d’interessi e decision maker in un caso da codice penale.
L’ultimo capitolo di questo romanzo italiano si chiama “Operazione Pegaso”. L’indagine della Procura di Napoli ha investito i vertici dell’ateneo telematico Multiversity-UniPegaso e della nota società di PR Comin & Partners. Nel registro degli indagati figurano ventidue persone, tra cui amministratori delegati, direttori di quotidiani e dirigenti aziendali. Un quadro che mette a nudo l’intreccio tra interessi universitari, comunicazione e condizionamento dell’informazione.
La pressione sul Parlamento, il megafono dei media
I magistrati ipotizzano un doppio binario di pressione. Da un lato, il tentativo di orientare le decisioni parlamentari sulle norme per gli esami a distanza negli atenei telematici, prolungando il regime dell’emergenza pandemica. Dall’altro, un pianificato sistema di gestione dei media tramite investimenti pubblicitari, finalizzato ad ammorbidire la copertura mediatica delle vicende giudiziarie del gruppo.
Al di là dei profili penali, l’inchiesta e i suoi dettagli rivelano con chiarezza l’ipocrisia di un’Italia che si ostina a non voler regolamentare il lobbismo e poi lo pratica regolarmente nell’ombra, come si evince proprio dalla presenza tra i ventidue indagati di una realtà di primo piano come la Comin.
Si finge che la rappresentanza degli interessi non esista sul piano legislativo, mentre nei fatti la si esercita quotidianamente ai massimi livelli aziendali. Il risultato di questo diniego è sbalorditivo: dal 1976 ad oggi, in Parlamento sono state presentate ben 108 proposte di legge per disciplinare il lobbismo e tracciare gli incontri con i decisori pubblici.
Perché il lobbismo non viene regolamentato?
Cento e otto tentativi promossi da ogni schieramento, tutti inesorabilmente naufragati o lasciati decadere. Una liturgia del rinvio che dura da mezzo secolo e fa dell’Italia un’anomalia nel contesto europeo. Anche i recenti passi parlamentari rischiano di rivelarsi un’illusione.
La proposta di legge approvata alla Camera e ora al Senato è stata accolta da forti perplessità da Transparency International e The Good Lobby. Il testo presenta ampie zone d’ombra, mancando dell’obbligo di un’agenda pubblica per tutti i decision maker ed esentando sindacati e associazioni datoriali. In questo vuoto, il lobbismo fluttua nella penombra. Senza registri obbligatori, la spinta dei gruppi di pressione cerca canali informali.
L’assenza di regole non tutela le istituzioni, ma le espone al sospetto perenne. E quando il confine tra lecito e illecito resta affidato alla discrezionalità, la parola passa ai giudici. L’inchiesta Pegaso ne è l’ennesimo specchio. Finché la politica non illuminerà la rappresentanza degli interessi alla luce del sole, saranno i tribunali l’unico luogo in cui si cercherà la trasparenza.
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