L’ombra dell’area a freddo sul futuro dell’ex Ilva
L’arrivo nel porto di Taranto della motonave liberiana 23 Nisan carica di circa trentamila tonnellate di bramme provenienti dal complesso algerino di Tosyalı Algérie e destinate allo stabilimento ex Ilva, riporta in primo piano le laceranti contraddizioni del polo siderurgico ionico.
La denuncia
A denunciare l’operazione, Luciano Manna, fondatore del canale d’inchiesta VeraLeaks. Manna individua nello sbarco navale l’ennesimo tassello di una filiera produttiva attiva senza sosta.
I semilavorati esteri scaricati al quinto sporgente sono infatti destinati ad alimentare le lavorazioni dell’area a freddo della fabbrica tarantina. Ciò, per poi essere trasformati in coils e smistati verso gli insediamenti industriali di Ravenna e Genova.
La produzione che non si ferma
Questo episodio assume, nella denuncia, una valenza fortemente emblematica nel complesso panorama della crisi industriale pugliese.
Il dibattito politico e le trattative istituzionali concentrano costantemente l’attenzione sulle sorti dell’area a caldo e sull’eventuale spegnimento degli altiforni. La rotta commerciale marittima, però, dimostra come lo stabilimento ionico mantenga intatta la propria capacità produttiva. E faccia leva sul continuo flusso di materia prima dall’estero.
L’arrivo della nave svela per Manna la persistenza di un modello industriale preciso. Si prosegue nelle lavorazioni a freddo scindendosi dalle sorti dell’area a caldo, ma mantenendo del tutto inalterato l’impatto ambientale sul territorio.
Per l’attivista, la continuità di questo ciclo apre interrogativi inderogabili sulla tutela della salute pubblica e sulla protezione delle falde acquifere. Preannunciata, quindi, un’imminente denuncia alla Procura di Taranto per sollecitare il fermo cautelare degli impianti.
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