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Esteri

Kaliningrad, la scintilla che può incendiare l’Europa

Nel Baltico si consuma un nuovo confronto ad alta tensione

di Ernesto Ferrante -


L’Europa sta entrando in una zona di pericolo che la sua classe politica finge di non vedere. La crisi attorno a Kaliningrad non è un episodio marginale né un semplice scambio di accuse. Le parole che Mosca e Nato si scambiano sono detonatori. E ciò che inquieta non è la loro durezza, ma l’indifferenza con cui vengono accolte nelle capitali europee, come se la minaccia di un confronto diretto con una potenza nucleare fosse un rumore di fondo, un fastidio da gestire, non un rischio esistenziale.

Mosca alza la voce

La Russia, attraverso l’ambasciata in Belgio, ha accusato l’Alleanza Atlantica di portare avanti una strategia “aggressiva” nei confronti dell’exclave. La nota non lascia spazio a interpretazioni: esercitazioni che simulano operazioni offensive, piani per l’isolamento politico e militare dei porti nord-occidentali, scenari di distacco della regione dal resto della Federazione. Il riferimento all’operazione “Baltic Sentry”, descritta come un test per il blocco unilaterale della navigazione internazionale, è il punto di rottura. La minaccia è esplicita. Se la Nato tenterà di isolare Kaliningrad, la Federazione russa è pronta a usare “l’intero arsenale di armi”.

La Nato rilancia: “Retorica nucleare irresponsabile”

La risposta dell’Alleanza è arrivata con un tono tutt’altro che distensivo. La portavoce Allison Hart ha ribadito che la Nato “non rappresenta una minaccia per la Russia”, condannando la “retorica nucleare irresponsabile” di Mosca, che ricorrerebbe a “tattiche ibride” dettate dalla disperazione. Un linguaggio da logica dello scontro.

Una strategia miope, che ignora il fatto che la Russia, pur indebolita dalla guerra e dalle sanzioni, è una potenza nucleare che percepisce Kaliningrad come un nodo vitale della propria sicurezza. Continuare a provocare e irrigidire le posizioni significa giocare con il fuoco.

Leone XIV: “Serve dialogo, non arsenali”

Bisognerebbe, invece, comprendere il senso profondo delle parole del Papa. Sul volo di ritorno dalla Francia, Leone XIV ha detto chiaramente che “la Chiesa ha la responsabilità di promuovere il dialogo, invitando i leader, in Russia e in Ucraina, a sedersi e cercare come risolvere i problemi senza continuare guerre che non hanno più senso”. Un richiamo all’arte nobile della diplomazia che arriva mentre il cardinale Matteo Zuppi è a Mosca per una missione per la pace in Ucraina.

Il Santo padre, come riporta Vatican news, ha sottolineato che “alcuni popoli stanno crescendo moltissimo con un’industria che promuove la guerra. Con questi miliardi si potrebbero risolvere fame, casa, disoccupazione. Invece si investe in armi che alimentano tensioni destinate a esplodere in nuovi conflitti”. Un atto d’accusa diretto contro una politica che ha smesso di interrogarsi sul senso delle proprie scelte.

La classe politica europea dovrebbe ascoltare. Non per deferenza verso il Vaticano, ma per lucidità strategica. Perché continuare a ignorare la necessità del dialogo significa assumersi una responsabilità storica che nessun governo europeo può permettersi di portare sulle proprie spalle.


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