La strage del Circeo cinquantuno anni dopo
La strage del Circeo: 51 anni dopo, dal Codice Rocco al reato di Femminicidio
La lunga strada aperta da Donatella Colasanti
Sono trascorsi esattamente cinquantuno anni, oggi, dalla notte in cui, in una villa di San Felice Circeo, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti furono sequestrate, stuprate e torturate. Era il 29 settembre 1975. Da allora quel nome, Circeo, è diventato una misura con cui l’Italia continua a valutare quanto sia cambiata nel modo di leggere, giudicare e punire la violenza contro le donne. E a mezzo secolo di distanza il bilancio tiene insieme conquiste importanti e nodi ancora aperti.
La notte nella villa
Rosaria aveva 19 anni, Donatella 17. Vivevano alla Montagnola, quartiere popolare di Roma, e avevano accettato l’invito di due giovani conosciuti da pochi giorni, Gianni Guido e Angelo Izzo, che le condussero nella villa della famiglia di Andrea Ghira. Rosaria morì. Donatella sopravvisse fingendosi morta e fu ritrovata in città, chiusa nel bagagliaio di una Fiat 127, grazie a un metronotte che ne udì i lamenti.
Izzo e Guido furono arrestati subito, Ghira riuscì a fuggire. Nel luglio 1976 la Corte d’assise di Latina li condannò tutti all’ergastolo, Ghira in contumacia. In appello la pena di Guido fu ridotta a trent’anni: seguirono evasioni e latitanze, fino alla liberazione nel 2009. Ghira non fu mai preso e nel 2005 il Dna attribuì a lui una salma sepolta a Melilla, in terra spagnola, un’identificazione su cui Donatella espresse dubbi. Nello stesso anno Izzo, in semilibertà, uccise in Molise una donna e la figlia adolescente.
Un reato contro la morale
Quando Donatella testimoniò, il codice penale collocava la violenza carnale tra i delitti contro la moralità pubblica e il buon costume. A essere tutelato, in sostanza, era un ordine sociale, non la libertà della donna. Il processo, seguito in aula da tante giovani, portò quella contraddizione davanti all’intero Paese. Pochi anni dopo, nel 1981, furono cancellati il delitto d’onore e il matrimonio riparatore, che estingueva il reato se il colpevole sposava la vittima.
Venti anni per una legge
Per la svolta sulla violenza sessuale servì invece un cammino molto più lungo. La proposta di legge di iniziativa popolare promossa dai movimenti delle donne risale alla fine degli anni Settanta, ma solo con la legge 66 del febbraio 1996 lo stupro divenne un delitto contro la persona. La stessa riforma riunì violenza carnale e atti di libidine in un’unica fattispecie, la violenza sessuale. Nel 2009 fu introdotto il reato di atti persecutori, lo stalking, oggi previsto dall’articolo 612-bis del codice penale. Nel 2013 l’Italia ratificò la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa e approvò un decreto sulla violenza di genere, mentre nel 2019 il cosiddetto Codice rosso accelerò i tempi di intervento su denunce e misure di protezione.
Il femminicidio entra nel codice
L’ultimo passaggio è recente. Il 25 novembre 2025, nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la Camera ha approvato all’unanimità la legge che introduce nel codice penale l’articolo 577-bis e fa del femminicidio un reato autonomo, punito con l’ergastolo. Il testo aveva già ottenuto a luglio il via libera del Senato con un voto trasversale. La norma, pubblicata in Gazzetta Ufficiale come legge 181 del 2025, è in vigore dal 17 dicembre 2025. Riguarda l’uccisione di una donna motivata da discriminazione, odio, prevaricazione, controllo o possesso, compresi i casi legati al rifiuto di iniziare o proseguire una relazione.
La prevenzione
Le norme, però, da sole non bastano. Magistrati, operatori e associazioni ricordano da anni che la tutela passa anche dalla prevenzione, dalla formazione di chi raccoglie le denunce, dalla solidità della rete dei centri antiviolenza e dall’educazione al rispetto fin dalla scuola. Resta fondamentale anche il 1522, il numero gratuito di pubblica utilità attivo giorno e notte per chi cerca sostegno. È su questo terreno, più ancora che nei tribunali, che si misura il cammino che resta da compiere.
Un nome che protegge
Donatella Colasanti è morta il 30 dicembre 2005, a 47 anni, dopo aver dedicato gran parte della propria vita a chiedere verità e giustizia. Oggi il suo nome accompagna anche centri antiviolenza nel Lazio, tra cui quello inaugurato a Sezze nel 2024. È forse il modo più concreto per ricordarla: trasformare una ferita che non smette di sanguinare, in un presidio per chi, ancora oggi, ha bisogno di aiuto.
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