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Economia

La credibilità dell’Ue è la vera vittima della guerra Usa-Iran

L'urlo degli industriali: "Forse dovremmo cambiare chi ci governa in Europa". Il piano (folle e inadatto) per l'energia

di Giovanni Vasso -


La guerra ha inferto un colpo ferale alla credibilità della Ue, o meglio della sua attuale classe dirigente. Eppure la strategia europea funziona. Aspetta e spera, che poi s’avvera. E nessuno s’osi a dir che non è così. Era nella legge dei grandi numeri e nessuno, più che a Bruxelles, è esperto di cabala ragionieristica. Una volta tanto a Donald Trump gli è girato il buzzo buono, pure se a ben vedere la questione sarebbe molto più complessa e più attribuibile a Teheran, e lo Stretto di Hormuz torna a essere navigabile, attraversabile, aperto a tutti. Magari per sempre, chissà. Intanto lo rimarrà per il prosieguo della tregua.

Oltre la credibilità Ue, le Borse festeggiano (per quanto?)

Le Borse hanno festeggiato alla grandissima: il fine settimana può partire di sciabola, a Francoforte la seduta è chiusa al +2,25%. Parigi chiude la seduta con un balzo di +1,97%. Londra guadagna in chiusura lo 0,73%. Milano parte per il weekend con un aumento dell’1,75%. Il petrolio scapicolla nelle quotazioni: scende già da subito sotto i 90 dollari al barile, percentuali a doppia cifra. Il gas è tornato sotto i 40 euro al Mwh. Tutto va bene, finalmente, madama la marchesa (anzi la contessa…) Von der Leyen. O no?

Non è proprio così. Perché, a prescindere da ciò che ne possa pensare il taumaturgico Donald, i problemi non si risolvono a colpi di post su Truth. Non sarà facile rimettere insieme i cocci del disastro, perché tale è e non si può parlare ancora al passato.

Sulle macerie di Bruxelles

Le macerie sono ancora lì, in Qatar e nel Golfo Persico. E a Bruxelles. Dove è crollato, ammesso e non concesso che ci fosse ancora, il mito dell’Ue. Le risposte che tutti attendono ancora continuano a non arrivare, nell’ambito di una strategia (“wait and see”, l’ha scritto chiaro pure la Bce) che tale non è e che si preoccupa più di mantenere la rotta (contabile) che di far partire lo sviluppo europeo. Dalla Commissione sono arrivate solo valanghe di no. No all’ipotesi di riflettere sul ban al gas russo (eppure si continua a farne incetta). No alla proposta di sospendere il Patto di Stabilità. In cambio, un piano – sì l’hanno chiamato proprio così – che sembra scritto da un ghostwriter di Greta Thurnberg. Un giorno di smartworking obbligatorio alla settimana, prezzi dei biglietti da abbassare per i trasporti pubblici, limiti all’uso del riscaldamento (o del climatizzatore?), voucher alle famiglie bisognose. Roba da dissociati dalla realtà, vera, che vivono i cittadini europei. Eppure i nostri leader in Europa (che non abbiamo mai votato) li paghiamo fin troppo profumatamente e ritengono pure di alzarsi lo stipendio. Insomma, la prima vittima (collaterale) della guerra in Medio Oriente è ciò che resta della credibilità della classe dirigente Ue. E stavolta, purtroppo per Ursula e compagni, non sono i soliti brutti e cattivi sovranisti a latrare. Ma gli industriali.

L’urlo degli industriali

Emanuele Orsini, capo di Confindustria, l’ha detto ieri che più chiaro non si può: “Questa miopia veramente mi spaventa. Forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa”. E ha bocciato sogni e pratiche made in Eu. “Cominciamo ad avere problemi a reperire dei prodotti sugli scaffali in Sicilia, cominciamo ad avere problemi con i voli aerei. È logico che quando abbiamo questi tipi di problemi fare impresa è veramente complicato”. E ancora: “Mi meraviglia, onestamente, che l’Europa ancora non stia vedendo questa cosa, che non abbia pronte misure e che si stia parlando ancora di aiuti di Stato e non di debito pubblico, dove ancora oggi il cambio euro-dollaro vale 1,16”. Un disastro politico, economico e istituzionale. Senza precedenti nella pur recente storia dell’Europa unita. La prima (e vera) vittima della guerra è ciò che resta della credibilità di una classe politica europea. A fine ciclo.


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