La forza di essere se stessi: come Valentina Cristiani ha cambiato le regole del gioco
Giornalista sportiva, d’inchiesta e scrittrice, Valentina Cristiani incarna una voce autentica del giornalismo sportivo italiano. Con il suo ultimo libro “Non chiamateci quote rosa” ha acceso i riflettori sui pregiudizi di genere. Ha esordito esplorando con ironia le dinamiche del dietro le quinte del calcio nell’opera “Calciatori? No, grazie!”, per poi passare ad un racconto più intimo in “Goal a quattro zampe: giornaliste, wags e i loro amici pelosetti”. Conosciuta dal grande pubblico per la sua presenza in programmi televisivi e radiofonici su Rai Sport, Sportitalia e 7 Gold, è in grado di descrivere le emozioni in modo originale.
Il giornalismo televisivo sportivo, inizialmente molto rigido, tende ora alla spettacolarizzazione. A volte si è portati a mettere in evidenza l’immagine più che la notizia. Nel corso del tempo come è cambiato il rapporto con lo schermo e con il pubblico?
“Da bambina guardavo lo schermo con una sorta di venerazione. Poi sono entrata in redazione e ho visto quel mondo trasformarsi dall’interno. All’inizio, aprirsi all’immagine è stata una spinta ad abbattere certe rigidità.
Oggi lo schermo ha smesso di essere un luogo di incontro e di approfondimento.
Il pubblico è bombardato da stimoli continui, diviso tra la TV e lo smartphone, e la tentazione delle redazioni è quella di alzare il volume per non perdere l’attenzione”.
Il titolo del libro “Non chiamateci quote rosa” suona come una dichiarazione d’indipendenza. Qual è il danno psicologico e professionale di essere considerata come una scelta forzata e non come una persona che ha ottenuto ciò che merita?
“L’effetto più velenoso dell’etichetta “quota rosa” è che cancella in un secondo tutto ciò che c’è dietro: i chilometri macinati sui campi, oltre vent’anni di gavetta, aggiornamenti con il tesserino in tasca. Quando passa il messaggio che sei lì solo per coprire una casella, per una bella presenza, ti viene tolta la cosa più preziosa: la tua dignità.
Ti ritrovi a dover lavorare il doppio, solo per dimostrare di meritare un posto che hai già conquistato sul campo.
Le donne che fanno giornalismo sportivo non domandano trattamenti di favore. La parità non è una quota concessa per benevolenza”.
Per la tua docu-inchiesta hai raccolto le confidenze e i racconti di oltre 40 colleghe creando una rete di solidarietà che spesso tra donne manca. Hai avvertito durante la stesura del libro la paura di esporsi troppo?
“Raccogliere le testimonianze di oltre 40 colleghe è stato un viaggio emotivo fortissimo, fatto di grande vicinanza ma anche di profonda comprensione per ogni silenzio ed esitazione.
La paura di esporsi era palpabile. C’è il timore di ritorsioni professionali, la paura del giudizio dei capi, dei colleghi o l’ombra di venire etichettata come quella “problematica”. Proprio per questo, molte storie non hanno potuto essere raccontate fino in fondo; un’intervista non è stata pubblicata affatto perché la giornalista non ha ottenuto il via libera dalla propria redazione. Un dato che, da solo, dice già tutto sul clima in cui viviamo.
Man mano che il progetto prendeva forma, le colleghe hanno compreso che spezzare il silenzio fa tremare le gambe se lo fai da sola, ma diventa un atto di liberazione quando lo fai insieme ad altre 40 donne”.
Qual è la lezione che hai imparato a tue spese e quali sono i prossimi progetti nella tua agenda?
“La lezione più dura è che restare in silenzio per quietismo o per paura di disturbare non ti protegge. Ho dovuto imparare a non chiedere scusa per la mia competenza e, soprattutto, a fare rete.
Continuo a portare questa docu-inchiesta ovunque ci sia spazio per ascoltare e confrontarsi. Dalle notizie ai salotti Rai come Unomattina, dai format di Sportitalia fino alle emittenti televisive, radiofoniche di tutta Italia e alle istituzioni in Campidoglio.
Sul fronte dei nuovi progetti, c’è un libro a cui sto lavorando con particolare dedizione: una storia intima sulla resilienza, che esplora la delicatezza delle cadute e la forza delle rinascite all’interno del mondo del giornalismo. A questo si affianca una sfida che non vedo l’ora di iniziare: la conduzione di “Storie in Fuorigioco” su Sportitalia. Uno spazio in cui darò voce a chi ha vissuto il lato più nascosto e umano dello sport”.
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