La trappola dell’idillio verde
di Giovanni Battista Raggi
Confidare ciecamente nel fatto che gli alleati geopolitici o i mercati globali non tradiscano mai le aspettative è il modo più rapido per consegnare una nazione al declino. Questo aspro principio di realismo dovrebbe essere scolpito sugli scranni di Bruxelles e Palazzo Chigi, costringendo i tecnocrati ad abbandonare una narrazione bucolica fatta di divieti ciechi e scadenze ideologiche. La dura realtà del 2026 dimostra che la sovranità nazionale ed europea non si definisce con gli slogan, ma si gioca sulla linea sottile che unisce la fisica della materia alla potenza computazionale delle menti di silicio.
Il rischio di interruzioni nello Stretto di Hormuz, sospeso tra gravi tensioni nell’area e lo spettro di interruzioni stabili dei flussi, è il definitivo bagno di realtà per un Occidente che ha confuso la transizione energetica con un pranzo di gala. Con le rotte commerciali del Golfo Persico sotto costante minaccia, la penuria di materie prime trasforma l’etica in una fredda questione di sopravvivenza.
I mercati dettano legge: i rincari si avvicinano alla soglia dei 100 dollari al barile – con il Brent a 98 dollari e il Wti a 97 –, mentre nella seduta di metà marzo 2026 il gas al TTF di Amsterdam è tornato a superare i 50 euro al Megawattora. Nel frattempo, la fattura energetica nazionale, nell’ordine dei 53,5 miliardi di euro stimati dall’Unem, costringerà l’import italiano a una profonda e immediata revisione dei costi complessivi del sistema. Affidarsi alle sole rinnovabili intermittenti è un’illusione strutturale: senza una fonte di base (baseload) costante capace di garantire stabilità alla rete, lo scivolamento verso l’impoverimento industriale è matematico.
È in questa frattura che il nucleare cessa di essere un tabù per diventare l’architrave della stabilità di sistema. I dati di settore mostrano una capacità nucleare operativa globale che si attesta attorno ai 420 GW, con 74 impianti in fase di costruzione pronti a ridefinire il mix elettrico mondiale. Per l’Italia, secondo lo studio ENEA-Confindustria presentato dal rapporto AIN, il ritorno all’atomo offrirebbe un impatto pari al 2,5% del Pil e la creazione di 117mila posti di lavoro complessivi, di cui 39mila diretti nelle filiere avanzate. Ma l’atomo non basta se si ignora il cappio economico che i competitor globali ci stringono attorno al collo. Sostituire il gas con la totale subalternità tecnologica all’asse sino-russo sulle materie prime critiche è analfabetismo strategico.
Da un lato, Mosca controls circa il 44%-46% della capacità mondiale di arricchimento dell’uranio e ricopre, insieme a Pechino, un ruolo chiave nel condizionare la catena di approvvigionamento del combustibile Haleu per i reattori di nuova generazione. Dall’altro, la dipendenza dell’import europeo dalle forniture di Pechino tocca livelli critici, raggiungendo il 98% per la raffinazione delle terre rare pesanti e il 93% per il magnesio, mentre i mercati interni vengono invasi da plastica vergine asiatica a prezzi stracciati, deprimendo l’economia del riciclo. Pechino tratta l’auto elettrica come una spietata politica industriale, militarizzando i sussidi e permettendo a BYD di scavalcare Tesla nei volumi globali di vendite nel segmento “pure electric” (BEV).
Mentre la Cina monopolizza l’hardware fisico, gli Stati Uniti applicano un protezionismo e un reshoring altrettanto feroci. Washington usa leve commerciali e regolatorie, spingendo per un riallineamento che ci allontana dalle forniture sanzionate e costringendoci a comprare il suo Gnl a prezzi maggiorati, lucrando sulla crisi commerciale. Al contempo, l’inviato al Commercio statunitense Jamieson Greer ha avviato indagini preliminari sulla scorta della Sezione 301 del Trade Act per valutare l’imposizione di dazi contro l’Ue, minacciando direttamente l’export del Made in Italy.
Nel frattempo, governare una rete complessa richiede supercomputing, ma la nostra dipendenza digitale dall’America è drammatica: circa il 70%-72% del mercato cloud europeo è nelle mani di tre soli hyperscaler statunitensi i cui provider operano sotto la giurisdizione americana, con conseguenze potenziali per l’accesso ai dati, mentre l’hitech cinese nel 2025 viaggia a quota 174 miliardi di dollari. In Italia, il mercato cloud tocca gli 8,13 miliardi (+20%). Difendere questa trincea con progetti sovrani come il modello MIIA di Fastweb o le soluzioni di iGenius è vitale per evitare attacchi alla supply chain o blackout indotti.
Usciamo dalla narrazione tossica del marketing dell’etichetta: la sicurezza richiede un'”Anagrafe della Materia”, applicando l’arte della “Chiusura” del Guiguzi per blindare i confini dell’export di rifiuti tecnologici prima che il nostro potenziale strategico venga cannibalizzato all’estero. La mossa di blindare gli asset critici tramite il golden power va nella direzione corretta. Quando l’acqua sale, la facciata della diplomazia energetica si scioglie ed emerge con chiarezza chi possiede sostanza industriale e chi ha investito solo in sogni.
O saremo padroni dei server e dei reattori, o saremo servi delle menti di silicio americane e dei giacimenti cinesi. La fisica non fa sconti; la geopolitica nemmeno.
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