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Attualità

L’aula a parte, la famiglia assente

di Alberto Filippi -


Sui social gira la notizia, condita da emoji e indignazione, dell’«aula privata pagata da noi» al bambino di undici anni ripreso durante i saccheggi di Milano. Fermiamoci un attimo, perché la rabbia è legittima ma il bersaglio è sbagliato.

Quell’aula separata non è un premio per i disordini. La scuola l’aveva predisposta già dalla prima media, perché quel ragazzino non riusciva a stare in classe. Insegnanti dedicati, lezioni individuali, un percorso costruito su misura. La scuola ha fatto tutto quello che poteva, e la preside racconta di docenti in lacrime per il senso di impotenza.

Il punto è che la scuola non può sostituire la famiglia. Un bambino di undici anni che gira per il centro di Milano col passamontagna, tra vetrine sfondate e vestiti rubati, non ha un problema scolastico. Ha un problema a casa. I suoi stessi compagni lo dicono meglio di qualunque sociologo: abbandonato a se stesso, pur avendo una famiglia.

È vero, conta poco di che nazionalità sei o da dove vengono i tuoi genitori. Ma è evidente che questi genitori non sono capaci di educare. E allora la prima cosa da fare è togliere loro quel figlio, prima che il piccolo delinquente di oggi diventi il criminale di domani.

Lo Stato che non ha esitato a togliere i figli alla famiglia del bosco per uno stile di vita a mio modo di vedere sano e legittimo, qui ha ragioni ben più solide. Serve una struttura capace di trasmettere a quel ragazzo l’educazione che i genitori non hanno saputo dargli. È un dovere verso di lui, e verso la società che un domani dovrà averci a che fare.

Ma il ragionamento non può fermarsi qui. Quei genitori non hanno solo fallito come educatori: sono responsabili delle azioni del figlio. Il codice civile lo prevede già, ora bisogna applicarlo senza sconti. Risarcimento integrale di ogni danno, vetrine e merce rubata comprese. Multe pesanti per i comportamenti del figlio, in strada come a scuola.

E un principio semplice: chi non ha saputo crescere e integrare il proprio figlio dovrebbe essere il primo a presentarsi per risarcire, spontaneamente. Se non lo fa, vuol dire che non ha capito nulla delle nostre regole e della nostra cultura. E per chi non è cittadino italiano, la conseguenza dovrebbe essere la revoca del permesso di soggiorno e l’espulsione.

Perché un figlio non si cresce con un’aula a parte. Si cresce con qualcuno che, la sera, si chiede dove sia. E chi non se lo chiede, deve rispondere di tutto quello che succede mentre non se lo chiede.


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