Le elezioni di midterm e il rischio di un regolamento di conti nel partito Repubblicano
La partita che vede il rinnovo di tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e di 35 dei 100 seggi del Senato, oltre che l’elezione dei governatori in ben 36 Stati su 50, è fondamentale non solo per gli equilibri attuali, ma soprattutto in prospettiva
Il 3 novembre si avvicina e con esso anche il verdetto sulla presidenza più divisiva e controversa della storia degli Stati Uniti. Le elezioni di midterm negli Usa rappresentano, infatti, come mai prima d’ora un referendum sull’inquilino della Casa Bianca. Donald Trump lo sa bene. Proprio per questo si è mosso in lungo e in largo per il Paese, conducendo in prima persona la campagna elettorale nel tentativo di garantire fino all’ultimo voto per i repubblicani.
Per il tycoon il rischio di perdere il controllo del Congresso va infatti evitato a ogni costo. Sia perché significherebbe vedere notevolmente ridimensionata la sua capacità di spesa negli ultimi due anni di presidenza, sia perché in caso di sconfitta si aprirebbe una profonda faida interna al partito Repubblicano.
I rischi di un voto determinante
Per non parlare del rischio di un eventuale impeachment. Spettro che aleggia su Trump praticamente fin dal suo insediamento per la seconda volta alla Casa Bianca. Complice anche la diffusione del dossier su Jeffrey Epstein, con il quale l’attuale presidente Usa aveva legami strettissimi.
Un ulteriore elemento che agita i repubblicani, ormai spaccati al loro interno da quando la corrente ‘trumpiana’ ha preso il sopravvento. E l’eventuale sconfitta alle elezioni di midterm rischierebbe di provocare un effetto domino, aprendo una vera e propria faida tra l’ala tradizionale del partito e l’area che fa riferimento al movimento Maga, vero zoccolo duro di Trump.
Per cosa si vota
La partita che vede il rinnovo di tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e di 35 dei 100 seggi del Senato, oltre che l’elezione dei governatori in ben 36 Stati su 50, è quindi fondamentale non solo per gli equilibri attuali, ma soprattutto in prospettiva. Una sonora bocciatura del partito Repubblicano potrebbe provocarne l’implosione e la conseguente necessità di ricostruire il movimento fin dalle sue fondamenta. E anche in caso di successo potrebbero innescarsi meccanismi per riequilibrare i rapporti di forza.
Un processo che passerebbe necessariamente per una resa dei conti interna con lo sguardo rivolto alle prossime elezioni presidenziali del 2028. Perché al di là di come andrà il voto del 3 novembre, una cosa appare certa: Donald Trump non sarà in nessun caso disponibile a non dare più le carte.
Tenterà in ogni caso di mantenere il suo tipico protagonismo. Ma anche di consolidare il proprio peso all’interno del partito. Come è evidente, quello di spettatore è un ruolo che proprio non gli si confà. E perdere non gli piace affatto. D’altronde, lo ha già dimostrato in passato quando dopo la sconfitta contro Biden lanciò una pesante accusa di brogli elettorali provocando l’assalto a Capitol Hill.
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