Leadership di Salvini al capolinea: la resa dei conti nella Lega
Il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini all'uscita del carcere di Bollate, nel Milanese, dove è detenuto Mario Roggero, il gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori e averne ferito un terzo, 7 agosto 2026. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI
L’agonia di una leadership politica si consuma spesso nell’indifferenza del silenzio prima ancora che nel fragore delle fratture istituzionali. La parabola di Matteo Salvini alla guida del Carroccio appare oggi giunta a un punto di esaurimento irreversibile, trascinata avanti per pura inerzia temporale in vista di una scadenza elettorale. Lui vuole fare le liste delle politiche. Tanto in queste condizioni, se anche tornassero le preferenze, sarebbero praticamente eletti solo i capilista bloccati scelti dal segretario.
A questo punto arrivo a giustificare la scelta che fece di imbarcare Vannacci per le europee. Era l’unico modo di non finire nettamente ultimo partito della coalizione, cosa che ha sfiorato già alle scorse elezioni politiche. Ultimo è arrivato comunque ma di un soffio, salvando il salvabile. Probabilmente egli stesso ipotizzava che Vannacci non sarebbe rimasto. Ma si trattava di bere per non affogare. Non voleva che il regolamento di conti si aprisse prima. Ora spera alla meglio di riuscire ad essere lui a gestire la fase elettorale. Magari resterà in piedi un Carroccio ai minimi storici. Ma così facendo sarà comunque legato a lui.
Un partito di militanza che ha smarrito la propria anima
Un partito di militanza non può accettarlo!
Chi ha vissuto la militanza leghista, ed il sottoscritto ne sa qualcosa; sa bene quanto il segretario attuale abbia avuto il merito storico di sdoganare una proiezione nazionale del movimento, ma al prezzo altissimo di aver smarrito la propria anima originaria. Questo è avvenuto per l’assenza di una solida formazione culturale e politica che consentisse alla Lega, un’evoluzione non solo elettorale ma anche di radicamento virtuoso in tutta Italia.
Quella vocazione prevalentemente settentrionale, autonomista e saldamente ancorata ai territori che ha rappresentato per decenni la vera linfa vitale del partito è stata progressivamente sacrificata.
Oggi i tentativi di mediazione diplomatica, i passi di lato suggeriti con garbo istituzionale dal governatore Attilio Fontana o l’ipotesi di improbabili triunvirati e consigli di saggi non possono in alcun modo funzionare. I partiti vivi e strutturati hanno bisogno di una guida autorevole, perché gli elettori si riconoscono ed identificano con quella, e la Lega vanta una storia gloriosa e il primato di anzianità nel panorama politico italiano per poter sperare in un profondo e autentico rilancio.
Belotti, Pontida e il capitale politico bruciato
Figure di spessore come Daniele Belotti incarnano la quintessenza della militanza più genuina, la voce autentica del raduno di Pontida e dei territori capaci di coniugare la protesta della lotta amministrativa con il buon governo quotidiano. Di fronte alla realtà dei fatti, cercare di rianimare una leadership logorata e screditata assomiglia al tentativo disperato di usare un defibrillatore per ridare la vita ad un cadavere.
Un enorme capitale politico è stato irrimediabilmente bruciato nel corso degli anni, sfiorando la beffa elettorale e costringendo a dolorose operazioni di facciata pur di preservare equilibri interni ormai anacronistici. Proseguire su questa strada risponde unicamente alla gestione delle liste in vista delle politiche, senza offrire alcun valore aggiunto reale alla coalizione di centrodestra e finendo paradossalmente per rincorrere su terreni estremi figure terze percepite come ben più credibili.
Il ritorno ai territori come unica rotta possibile
La rotta da seguire per il Carroccio traccia un’unica direzione possibile. Il partito deve tornare a valorizzare l’eccellente classe di amministratori locali, rimettere al centro le istanze territoriali e ricucire il rapporto di fiducia con una base autonomista stanca ma pronta a credere nuovamente in un progetto politico rinnovato. La forza della Lega sono sempre stati i territori, tuttora il partito ha i migliori amministratori del paese.
L’epopea di Umberto Bossi sapeva nutrirsi di congressi veri, di dibattiti fertili e di riflessioni collettive attorno all’eterno tema del federalismo. Il Paese intero necessita ancora di profonde battaglie federaliste, che non possono certamente essere interpretate da un capitano ridotto a raffigurare un orfano delle piazze e immerso in un silenzio assordante. D’altronde, la grandezza di un attore della politica si misura soprattutto dalla sua capacità di saper uscire di scena al momento opportuno.
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