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L’Europa delle regole, l’Italia dei costi

di Loretta Cardoni -


C’è una domanda che l’Italia dovrebbe avere il coraggio di porre a Bruxelles, senza complessi di inferiorità e senza il timore di essere accusata di mettere in discussione l’Europa:

quanto costa davvero appartenere all’Unione europea e, soprattutto, chi paga il prezzo delle sue decisioni?

Perché dietro le grandi parole – solidarietà, mercato unico, transizione energetica, responsabilità condivisa, gestione comune delle frontiere – c’è una realtà molto più concreta: il cittadino che fa il pieno di benzina, l’autotrasportatore che deve aumentare le tariffe, l’impresa che vede crescere i costi di trasporto e una nazione, l’Italia, che continua a trovarsi sulla prima linea della pressione migratoria.

Non è una polemica contro l’Europa. È semmai, una domanda sull’Europa che abbiamo costruito.

Il carburante: Bruxelles non fissa il prezzo, ma il sistema europeo condiziona la fiscalità

Cominciamo dai carburanti, perché proprio qui è necessario fare chiarezza.

L’Unione europea non stabilisce direttamente quanto debba costare un litro di benzina alla pompa. Il prezzo finale dipende dal costo industriale del petrolio, dai margini della filiera e dalla fiscalità nazionale. 

Ma dire che Bruxelles non c’entra nulla, sarebbe altrettanto sbagliato.

La direttiva europea 2003/96/CE stabilisce infatti livelli minimi di tassazione sui prodotti energetici e impone agli Stati membri di non scendere al di sotto di determinati livelli. Per i carburanti per autotrazione la normativa europea fissa soglie minime di imposizione e consente agli Stati di applicare una tassazione nazionale superiore (EUR- lex). Ed è proprio qui che nasce una questione politica.

Se l’Europa vuole una politica energetica comune, una politica ambientale comune e un mercato unico, è legittimo chiedere perché non debba esistere anche una politica fiscale realmente comune sui carburanti.

Perché un cittadino europeo dovrebbe pagare un prezzo finale fortemente condizionato dalla fiscalità del proprio Stato mentre l’Unione stabilisce obiettivi energetici e ambientali comuni?

La domanda non è se debbano essere tassati i carburanti. La domanda è un’altra: quanto può essere trasferito sulle famiglie e sulle imprese il costo delle politiche europee senza una vera compensazione europea?

E qui l’Italia ha una particolare vulnerabilità.

È un Paese fortemente dipendente dal trasporto su gomma, con una conformazione geografica che rende spesso difficile sostituire l’automobile e il camion con altre forme di mobilità. Ogni aumento del costo del carburante non rimane quindi confinato al distributore. Entra nel prezzo del pane, della frutta, dei medicinali, dei servizi, delle vacanze e di qualunque merce debba essere trasportata.

Il carburante è una tassa sull’intera economia reale

E mentre l’Italia paga il pieno, sulla migrazione paga anche il conto della frontiera.

La seconda grande contraddizione riguarda l’immigrazione.

L’unione europea ha finalmente riconosciuto, almeno sul piano normativo, che la gestione dei flussi migratori non può essere lasciata esclusivamente ai Paesi di frontiera.

Dal 12 giugno 2026 è entrato in applicazione il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, un sistema composto da dieci atti legislativi che dovrebbe creare regole comuni per asilo, frontiere, accoglienza, responsabilità e rimpatri. (Migration and Home Affairs)

Soprattutto introduce un principio che dovrebbe essere decisivo: la solidarietà tra gli Stati membri non è più concepita soltanto come una scelta volontaria.

La commissione europea parla esplicitamente di un meccanismo permanente, obbligatorio e flessibile di solidarietà destinato a sostenere gli Stati sottoposti a pressione migratoria (Migration and Home Affairs). Benissimo. Ma allora bisogna verificare se questa solidarietà esiste davvero nella pratica o se rimanga prevalentemente scritta nei regolamenti.

Perché l’Italia non è soltanto uno Stato membro. È una frontiera esterna dell’Unione.

Quando una persona arriva sulle coste italiane, non arriva semplicemente in Italia: entra, attraverso una frontiera italiana, nello spazio europeo. Di conseguenza se la frontiera è europea, anche la responsabilità dovrebbe essere europea.

Il paradosso dei trasferimenti

Il nuovo sistema europeo modifica le vecchie regole di Dublino e introduce criteri più chiari per stabilire quale Stato sia responsabile dell’esame della domanda d’asilo, oltre a procedure per rendere più efficaci i trasferimenti degli interessati verso lo Stato responsabile. Ed è qui che l’Italia deve porre una questione precisa agli altri Stati membri.

La solidarietà europea può funzionare soltanto se vale in entrambe le direzioni

Non può significare che l’Italia, in quanto Paese di primo ingresso, debba sostenere per prima l’onere dell’accoglienza, della registrazione, dell’identificazione, delle procedure amministrative e giudiziarie e, contemporaneamente, trovarsi poi esposta alle richieste di altri Paesi che intendono trasferire nuovamente sul nostro territorio persone per le quali ritengono l’Italia responsabile secondo le regole europee.

L’Europa non può essere soltanto un sistema di obblighi quando si tratta di responsabilità e un sistema di solidarietà volontaria quando si tratta di condividere i costi. Il problema non è L’Europa. È un’Europa senza equilibrio.

Essere europeisti non significa accettare qualsiasi decisione europea. Essere europeisti significa pretendere che le istituzioni europee funzionino.

Il trattato sull’Unione europea parla di solidarietà tra gli Stati membri. Il nuovo Patto sulla migrazione fa della solidarietà e della responsabilità condivisa uno dei propri principi fondamentali. Allora l’Italia ha tutto il diritto di chiedere che quei principi diventino misurabili.

Tipo: quale è il rapporto tra responsabilità e solidarietà?

E se la risposta è che l’Italia deve controllare una frontiera europea, sostenere una parte significativa dei costi dell’accoglienza e contemporaneamente rispettare tutte le procedure europee, allora l’Europa deve essere altrettanto rigorosa nel garantire la parte di solidarietà che ha scritto nei propri regolamenti.

Non possiamo avere una moneta comune senza una maggiore convergenza economica, una politica energetica comune senza una vera tutela dei consumatori, una frontiera esterna comune senza una responsabilità comune. E soprattutto non possiamo continuare a pronunciare la parola solidarietà se poi, quando arriva il momento di dividere il peso, ciascuno torna a pensare soltanto al proprio interesse nazionale.

Forse è arrivato il momento che l’Italia smetta di chiedere semplicemente “Che cosa dobbiamo fare per l’Europa?” e cominci a domandare: “Cosa deve fare l’Europa per l’Italia?”. Non è una domanda sovranista. È una domanda europea.

Perché un’Unione funziona soltanto quando i suoi membri accettano regole comuni, ma anche quando quelle regole producono diritti, equilibrio e responsabilità condivise.

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