L’illusione della rivolta e il tradimento della legalità
Torna a quella presunta protesta ideale, segnata dall’infrangersi violento della protesta di piazza contro le vetrine e le Forze dell’Ordine. Il copione appare immutabile. Cortei che degenerano in devastazione urbana, esercenti spaventati e agenti feriti, vittime dell’indecisione istituzionale nel disporre interventi fermi e risolutivi.
In questo scenario, la stampa d’opinione più verace e anticonformista, da sempre incarnata dalla penna spregiudicata di Vittorio Feltri, non esita a chiamare le cose con il proprio nome. Puro teppismo, perpetrato da bande di giovani sovversivi che scambiano il vandalismo per impegno civile e traggono il loro coraggio dalle divisioni della politica.
Una lettura severa che si ricongiunge, con sorprendente attualità, alla celebre invettiva di Pier Paolo Pasolini all’indomani degli scontri di Valle Giulia. Pasolini con spirito critico, e genio intellettuale ebbe la capacità di ribaltare i luoghi comuni del suo tempo, ricordando come i ragazzi che lanciavano pietre contro i poliziotti fossero, nella sostanza, i figli viziati della borghesia bene, protetti dai privilegi e dai portafogli di famiglia, mentre gli uomini in divisa appartenevano al proletariato e al sottoproletariato rurale, giunti dalle periferie per guadagnarsi un pane dignitoso.
Ma ancora la sinistra si fa forza dei figli viziato di quella borghesia bene. Anzi si può dire che continua a fomentare i prodotti deteriorati, i rampolli mal riusciti della classe portante del paese. Se quelli che spaccano le vetrine fossero dei poveri disgraziati senza arte né parte, senza né Maman né Papi, steli intellettuali non li difenderebbero, un po’ di botte le prenderebbero sul serio.
La classe dirigente
Ma la classe dirigente, quando è incapace crescere dei figli quadrati, diventa ma più sorda con briccole ai campanelli d’allarme che palesano la degenerazione dei loro pargoli. Si tappano le orecchie, chiudono gli occhi e, seppelliscono, così facendo, qualunque possibile di recuperare questi ragazzi; li lodano come fenomeni, li giustificano In qualunque caso, impongono di trattarli con i guanti bianchi e se la prendono con chiunque abbia a che dire con questi ragazzi.
Persino con le vittime di questi ragazzi. Se loro figlio picchia un poliziotto un commerciante o spacca una vetrina, è comunque un buono. Il poliziotto diventa un fascista che se l’è cercata, il commerciante uno sfruttatore, e la vetrina il simbolo dell’oppressione dei più deboli. Anche se ai loro figli è sempre stato comprato tutto quello che desideravano.
Gli danno il patentino di eroi difendendoli tramite gli amici giornalisti. Tramite una parte della politica compiacente. Una parte dei giudici troppo indulgenti. E loro usano questo patentino.
La libera manifestazione
I sedicenti rivoluzionari del nostro tempo si atteggiano a partigiani della domenica, ma agiscono con l’arroganza dei piccoli profittatori del sistema. Invocano le garanzie e gli avvocati di classe quando vengono identificati, ma non esitano a distruggere la proprietà privata di chi si alza all’alba o i locali dove coetanei meno fortunati fanno i turni di notte per pagarsi gli studi. Infrangere una vetrina o devastare una catena commerciale non equivale a colpire un’astratta entità globale, ma significa aggredire il lavoro quotidiano dei commessi, dei lavoratori e dei piccoli commercianti che su quel lavoro fondano il proprio sostentamento.
Il principio costituzionale della libera manifestazione del pensiero è il fondamento intangibile della Repubblica. La Costituzione, tuttavia, tutela la libertà d’espressione a condizione che essa si svolga in maniera pacifica e senza armi. Quando il bastone, il sampietrino o l’ordigno improvvisato prendono il posto della parola,non ci si trova di fronte a una contestazione politica, ma ad azioni apertamente delinquenziali.
Garantire l’ordine pubblico e la sicurezza delle città non significa indulgere in derive autoritarie, bensì ripristinare la legalità repubblicana. Per farlo non serve una cultura repressiva, ma occorre recuperare un’autorevolezza educativa perduta, a partire dall’ambito familiare fino alle aule scolastiche. La legge non basta se non c’è un sentimento civile collettivo a supportarla.
I genitori e le istituzioni non possono ridursi a spettatori complici o giustificazionisti dei propri figli. Senza il rispetto delle regole e la certezza della pena per chi devasta la cosa pubblica, l’esercizio della libertà degenera in sopraffazione, lasciando la collettività e le Forze dell’Ordine in balia del disordine più totale.
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