Lula è al capolinea
La vera domanda non è più se la stagione politica di Lula si sia esaurita, ma quanto sarà pesante la sconfitta al ballottaggio. Nonostante l’analisi di chi tenta ancora di accreditare la carta della rimonta disperata, la realtà dei fatti e il peso della storia nella politica brasiliana hanno già emesso un verdetto. Per l’attuale presidente la partita è praticamente chiusa e le probabilità di una vittoria al secondo turno rasentano l’impossibile.
Nella storia repubblicana del Brasile, mai nessun candidato uscito vittorioso dal primo turno delle elezioni presidenziali è poi stato sconfitto al ballottaggio. Questa costante statistica non è un semplice accidente formale, ma il riflesso di una dinamica profonda di polarizzazione e legittimazione che, una volta cristallizzata nella prima tornata, tende ad essere irreversibile.
Anche allargando lo sguardo al panorama internazionale, e ai rari casi di ribaltoni registrati in contesti come quello francese, la regola aurea resta la stessa. La stragrande maggioranza delle competizioni presidenziali nei sistemi a doppio turno vede il capofila del primo turno consolidare il proprio vantaggio, e l’idea di un recupero clamoroso appartiene più al regno della speranza mediatica che alla scienza politica. Anche guardando agli altri sfidanti che hanno preso cifre di voti considerevoli. Sono molto più vicini a Bolsonaro ideologicamente.
Quarto mandato, età e antipolitica: Lula contro il tempo
In Brasile, del resto, le coordinate strutturali della crisi di Lula sono ormai evidenti. Il Paese è un continente immenso che oggi non tollera più la fossilizzazione del potere. Lula è al governo da troppi anni e si candida per un quarto mandato in un’epoca storica dominata da un viscerale sentimento di antipolitica, rendendo impossibile per lui travestirsi da alfiere del rinnovamento. L’età anagrafica pesa come un macigno, non solo come dato fisico, ma come incapacità oggettiva di mobilitare e infiammare quell’elettorato giovane e fluido che guarda al futuro con urgenza e condizionato dalla preoccupazione.
A rendere lo scenario definitivamente compromesso è poi la congiuntura internazionale, mai così ostile a un leader progressista latinoamericano di stampo tradizionale. Lula si muove oggi da avversario dichiarato degli Stati Uniti, in un quadrante geopolitico profondamente mutato. Se i popoli latinoamericani sono storicamente segnati da rivalità e orgogli nazionali, il momento attuale vede un asse di riferimento ben preciso. Il Venezuela è ormai ridotto a un’entità economicamente fallita e priva di qualsiasi reale influenza regionale; Cuba, unico bastione della vecchia guardia ostile a Washington, è un relitto politico semidisperato e del tutto ininfluente; al contrario, il Cile continua a brillare per prosperità grazie a una solida e costante tradizione filoamericana, mentre in Argentina la figura di Javier Milei si è imposta come un punto di riferimento dirompente. Qui non è una questione di filomeccanismo. È una mera equazione di logica politica.
Washington e dottrina Monroe: perché il Brasile non sfiderà gli Usa
In questo scenario, perché mai i brasiliani, che storicamente non hanno mai sentito il richiamo subalterno dell’America Latina ispanica e hanno sempre privilegiato un rapporto pragmatico e di confronto aperto con Washington,dovrebbero imbarcarsi in una crociata suicida?
Accettare la leadership di un Brasile nemico degli Stati Uniti, in questa fase storica, significherebbe inimicarsi la potenza in grado di garantire sviluppo e benessere, trasformando la più grande nazione del subcontinente nel capofila di una causa persa. Le congiunture globali puniscono severamente chi sceglie l’isolamento ideologico. E guardiamo in faccia la realtà, è talmente grande la volontà degli americani di affermare la dottrina Monroe e di tenersi allontanare dai Brics il Brasile, che faranno di tutto per diffondere un sentimento positivo di fiducia in Washington nel paese.
Nessuno disconosce il percorso di Lula, politico di razza e indubbio animale da palcoscenico che ha segnato la storia. Ma la grandezza passata non basta a fermare il corso del tempo. Oggi egli incarna la conservazione anacronistica rispetto a un bisogno insopprimibile di modernità. Se dovesse compiere il miracolo, entrerebbe nei libri di storia come un’eccezione assoluta; la dura verità, tuttavia, è che la corrente della storia è pronta a spazzarlo via.
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