Cara Europa, non c’è tempo e il tempo non si compra
Il monito del ministro Crosetto al convegno “Quale Europa di fronte alle sfide globali?” alla Luiss
di CAMILLE CHENAUX politologa e docente presso l’università americana a Roma IES ABROAD
“Non c’è tempo”, lo ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto al Convegno a Roma “Quale Europa di fronte alle sfide globali?” del 5 e 6 ottobre, organizzato dall’Università della Luiss e dalla Fondazione Giorgio Napolitano, indicando nel tempo l’elemento più preoccupante per l’Unione europea. Messaggio che dopo queste due giornate intense deve ora uscire dai contesti politici, accademici ed istituzionali ed entrare a far parte della consapevolezza collettiva. Tre le tematiche emerse con più forza.
L’urgenza
“Il tempo non si compra”, ha aggiunto Crosetto, ne abbiamo poco e abbiamo scarsa attitudine a essere veloci in un mondo che corre e non aspetta. Nessuna nazione, da sola, può superare le sfide geopolitiche del nostro tempo e un’Europa che si chiude dentro le proprie nazioni non sopravvive a lungo. Le minacce vengono da fuori, dalla guerra ibrida e dal venir meno dell’ombrello transatlantico con la seconda presidenza Trump e da dentro, dove si decide in ventisette e non è facile farlo, soprattutto se si guarda ai possibili scenari risultanti dalle elezioni nazionali del 2026 e del 2027.
In alcuni settori, come l’intelligenza artificiale, la partita per il Ministro è già chiusa, in altri, come la robotica, resta aperta per poco, “perdere tre o quattro mesi può significare perdere un settore intero”.
Davanti a sfide epocali le appartenenze ideologiche contano meno, bisogna assolutamente unire le forze. Per Enrico Letta è cambiato il rapporto tra competitività, sovranità e dimensione, come ha mostrato il caso della Groenlandia, per anni si è pensato che i piccoli Paesi potessero essere competitivi e sovrani da soli, ma oggi la dimensione conta e senza una sovranità europea quella nazionale rischia di essere apparente e irrilevante. Non basta essere competitivi e sovrani, bisogna anche essere abbastanza grandi. Lucrezia Reichlin ha mostrato dove si perde terreno, l’Europa produce idee, ma non riesce a farle crescere a scala e le imprese migliori vanno a quotarsi a New York piuttosto che a Francoforte.
Una ricostruzione dal basso
Oggi manca la motivazione popolare perché l’Europa esista. Dopo la Seconda guerra mondiale c’era ed era la guerra stessa a crearla, mentre oggi, con un referendum, prevarrebbe probabilmente la diffidenza, secondo Crosetto. La scommessa è che questi ragionamenti non restino tra parlamentari e professori, ma arrivino alle persone più umili, che devono capire che la loro sicurezza dipenderà sempre di più da quella di un belga o di un francese.
Walter Veltroni, in chiusura, lo ha detto a modo suo, l’Europa non si fa senza popolo e con il popolo l’abbiamo fatta dopo il 1945. Ritorna il legame centrale tra mondo micro e mondo macro, ciò che si decide a Bruxelles, a Washington o a Teheran arriva in una bolletta, in un’azienda, in una cucina e prima ne prendiamo consapevolezza, prima avremo le giuste ricette, che vanno messe in atto oggi stesso, perché già domani potrebbe essere troppo tardi.
Un’Europa che parla solo il linguaggio dei regolamenti non scalda il cuore di nessuno, trattati e direttive interessano le persone, ma non le appassionano, insistono i giuristi presenti. Serve un cuore europeo come quello uscito dal disastro della guerra, da ricostruire con le parole, l’esempio e la presenza, ripartendo dalle persone e da quella costruzione, come ripeto spesso, di identità in positivo.
Ripensare il modello europeo
Sergio Fabbrini e Giovanni Orsina hanno proposto due vie, più integrazione europea la prima, più realismo politico la seconda, mentre Giuliano Amato ha suggerito di sommarle in un modello “1+2”. Orsina ha ricordato che chi ha paura si rivolge agli Stati nazionali, gli unici centri politici ancora riconoscibili, scelta irrazionale dal punto di vista funzionale, ma razionale da quello politico.
La soluzione indicata è partire dai singoli dossier, con geometrie variabili e cooperazioni rafforzate, mettendo insieme chi ci sta. Crosetto parla di cerchi concentrici, in ventisette è impossibile essere d’accordo su tutto, ma si può e si deve costruire dove lo siamo, citare Bruxelles come centro della difesa non funziona, parlare di difesa del continente europeo sì. E l’identità europea può nascere dai valori senza contrapporsi a quella nazionale, ci si sente europei come ci si sente bolognesi, romani o catanesi senza smettere di essere italiani.
Veltroni ha chiuso con una frase da tenere a mente: “non si può essere europeisti se non si è europeisti critici”. Gli europeisti devono smettere di scaricare le colpe sull’Unione e chiedersi che cosa non ha funzionato negli ultimi decenni. Un’avvertenza ha attraversato tutti gli interventi: senza Europa non andiamo da nessuna parte e senza investimenti, innovazione, sociale e una narrativa europea che scaldi i cuori, non ha neanche senso parlare di difesa, perché l’Europa non esisterà più e che cosa ci sarebbe da difendere?
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