Midterm: parole, “sparate” e silenzi della politica italiana
Alle ore 8.00 ancora nessuna dichiarazione sull'onda blu negli Usa
I leader del fronte progressista di spalle
Il gioco degli specchi transatlantico: parole, “sparate”, silenzi e prudenze del Palazzo italiano sulle Midterm. Camera e Senato Usa segnate da ore dall’onda blu dem ma la politica italiana è “ancora a letto”.
Midterm Usa, nel centrodestra la linea del contegno e le sfumature di Salvini
Il centrodestra italiano aveva scelto di rifugiarsi in un rigido ed esibito contegno istituzionale. La premier Giorgia Meloni, riavvolgendo il nastro della diplomazia personale nel nuovo libro di Bruno Vespa, aveva rivendicato la propria coerenza senza sbilanciarsi. «Nnon mi pento di aver sostenuto Trump e l’ho fatto in nome del nostro interesse nazionale», aveva detto. E ricordato però con pragmatismo di aver coltivato un’ottima sintonia anche con Joe Biden.
La strategia sottotraccia, da Palazzo Chigi fino alla Farnesina, dove Antonio Tajani aveva applica un ferreo “Wait and See”. Dietro tutto questo, forse, la speranza di un “pareggio” condizionato. Un Congresso in mano ai Democratici e un Senato a trazione repubblicana. Con l’obiettivo di evitare che un’anatra troppo azzoppata alla Casa Bianca scatenasse nuove ritorsioni sui dazi. E, al contempo, guardare da lontano a un risultato che non ringalluzzisse troppo la sinistra nostrana.
In questo quadro di felpata cautela, l’unica nota di colore a destra la veracità espressiva di Matteo Salvini, con un “in bocca al lupo” al popolo Usa scontratosi però con i Dem in avanzata nelle urne statunitensi.
Il centrosinistra: Schlein schierata, le sparate di Renzi e i sogni di Avs
Sul versante opposto, il centrosinistra ha vissuto la vigilia elettorale con un tifo scoperto e privo di mediazioni. Elly Schlein ha scelto una linea di schieramento di fatto. Forte degli assi diretti consolidati con Barack Obama e Bernie Sanders, l’auspicio pubblico che l’agenda trumpiana «paghi un prezzo politico alto alle elezioni di metà mandato» per non aver mantenuto le promesse su pace ed economia.
A fare da eco alla segretaria dem, le immancabili “sparate” d’autore di Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva, nell’auspicare una «grave sconfitta per Trump» ha rispolverato l’amarcord dei suoi miti giovanili: «Io sono cresciuto sognando Kennedy, Clinton, Obama».
Ancora più proiettati nello specchio americano, i sogni di gloria di Alleanza Verdi e Sinistra. Schierati senza imbarazzi a fianco dell’ala radical della sinistra statunitense, i dirigenti di Avs si sono esaltati per icone come Alexandria Ocasio-Cortez, Mamdani a New York e la star pro-Pal del Michigan Abdul El Sayed. Una proiezione quasi mitologica. L’immaginazione di poter traslare in Italia figure e battaglie da sinistra americana che la sinistra radicale nostrana semplicemente non possiede nelle proprie fila.
La cautela di Conte e i fantasmi di “Giuseppi”
Nel mezzo, l’approccio pragmatico e cauto di Giuseppe Conte. Il leader 5Stelle aveva schivato il tifo ideologico per ripiegare sui suoi storici refrain contro la guerra, l’invio di armamenti e i dazi commerciali. Poi, invocato il Congresso affinché fermi «la guerra di Trump in Iran» con il contorno di una spinta per una soluzione diplomatica del conflitto avviato in Iran.
Un ardore critico che sconta il peso dei trascorsi storici. La memoria di quel caloroso e famoso endorsement alla Casa Bianca, quando il tycoon lo definì affettuosamente “il mio forte amico Giuseppi”, impone una postura guardinga. Dosati, gli appelli pacifisti, a debita distanza dal vecchio alleato d’oltreoceano.
Ore 8.00: il grande silenzio e l’illusione del Campo Largo
Arrivati alle ore 8:00 del mattino, la scena politica italiana è avvolta da un pesante ed eloquente silenzio. Nonostante l’acclarato voto negli Usa, ancora nessuna nota trionfale.
La cautela domina sovrana. Immaginare che un’eventuale “onda blu” americana possa tradursi automaticamente in una spinta per il Campo Largo italiano è una pura illusione strategica. Le insanabili divisioni interne all’opposizione — dalle divergenze strutturali sulla politica estera alle frizioni personali — rendono del tutto inassimilabile il modello americano al contesto di casa nostra.
Piuttosto che festeggiare in piazza, la sinistra nostrana per ora preferisce osservare l’evolversi dei fatti a bocche cucite. Consapevole, forse, che le dinamiche di Washington non bastano a colmare le lacerazioni dell’alleanza romana.
Ma le prossime ore potranno alimentare nuove illusioni, nello specchio di una consultazione elettorale lontanissima.
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