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Cultura & Spettacolo

Il ministero del consenso

di Alessandro Scipioni -

Il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco scherza con i fotografi, durante la preview di Biennale Arte 61, Venezia 5 maggio 2026. ANSA/ANDREA MEROLA


Esiste uno specifico paradosso tutto italiano, un masochismo della destra di governo che preferisce la resa allo scontro, che cede al funzionario dell’apparato ostile rispetto al visionario.

Mentre a Venezia Pietrangelo Buttafuoco inaugura la Biennale riconoscendo all’arte la propria dignità ed indipendenza, perché la cultura non è un ufficio stampa ma un corpo vivo che respira tra tradizione e profezia, a via del Collegio Romano siede Alessandro Giuli. E il contrasto non potrebbe essere più stridente.

​Giuli ha teorizzato l’improponibile idea che l’arte sia libera solo quando è libero il governo che la mette in condizione di esprimersi.

È un’affermazione che raggela il sangue.

Se la libertà dell’opera dipende dal permesso del potere, allora non siamo più nel campo dell’estetica, ma in quello del regime. Secondo questa logica, l’arte del dissenso non ha diritto di cittadinanza e quella del consenso smette di essere arte per farsi decoro di Palazzo. È un’abiura della Storia.

Molti regimi autoritari furono mecenati delle arti. Saranno stati autocelebrativi ma non per questo non privi de grandezza.

I Papi del Rinascimento che, tra le tante altre cose, hanno commissionato la cappella Sistina o gli imperatori russi che hanno l’Ermitage non erano certo paladini del liberalismo, eppure hanno generato la Bellezza per antonomasia. Il Futurismo non chiedeva il permesso di esistere, lo imponeva al proprio tempo.​

Seguendo la delirante asserzione sulla società libera come precondizione creativa, dovremmo forse abbracciare il delirio del woke e della cancel culture?

Se il parametro del “diritto di essere ed esistere” è la sensibilità progressista moderna, allora copriamo il Colosseo perché Roma aveva gli schiavi, o inviamo un telegramma al Cairo per abbattere le Piramidi, colpevoli di essere state erette per celebrare anche nella morte il mito di Faraoni che non predicato l’egualitarismo.

È una china pericolosa che subordina la libertà di espressione alla politica.

​Da uomo di destra, il dubbio assurge a tormento. Perché, avendo a disposizione un Buttafuoco o un Veneziani, ci viene imposto Giuli?

È autolesionismo o incapacità cronica di confrontarsi con orgoglio e sicurezza al mondo della cultura?

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