Fairford, il grande abbaglio della macchina politico-mediatica anti Iran
Il rilascio su cauzione dei cinque giovani arrestati, tutti tra i 23 e i 25 anni, ha demolito il teorema iniziale
La vicenda della base della RAF a Fairford ha cambiato volto nel giro di poche ore, trasformandosi da presunto attacco terroristico a clamoroso caso di allarme infondato. Le verifiche sui tre furgoni fermati domenica notte, quelli che avrebbero dovuto contenere materiale esplosivo destinato a colpire la base britannica usata dagli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran, non hanno rivelato alcun ordigno, né “esplosivi funzionanti”. Una smentita pesante, riportata dal Mirror e confermata da altre testate, che smonta l’intera impalcatura narrativa costruita in fretta e furia da Washington e da una parte del governo britannico.
Un clamoroso buco nell’acqua
Il rilascio su cauzione dei cinque giovani londinesi arrestati, tutti tra i 23 e i 25 anni, è arrivato con una rapidità che stride con la gravità delle accuse iniziali. E non è un dettaglio. Gli investigatori avrebbero trovato nei furgoni soltanto fusti vuoti destinati al trasporto di carburante rubato, oltre a marchi contraffatti di una ditta locale. Una dinamica che rimanda più ai furti di gasolio agricolo, frequenti nella zona, che a un’operazione terroristica. I veicoli erano parcheggiati vicino a una condotta di gasolio e ad aziende agricole. Un contesto che parla da sé.
La tesi anti Teheran di Trump e Rubio
Eppure, prima che emergessero i fatti, la macchina politico-mediatica aveva già imboccato la strada della pista iraniana. Donald Trump ha dichiarato che i cinque “potrebbero” essere collegati alla Repubblica islamica, aggiungendo che lui non li avrebbe mai rilasciati. Marco Rubio, con la consueta disciplina da falco neocon, ha parlato di “mani di un attore straniero” senza fornire uno straccio di prova. Il premier britannico Andy Burnham ha convocato il Cobra, evocando un quadro “estremamente complesso” e lasciando intendere che la minaccia fosse reale. Dichiarazioni irresponsabili, pronunciate in un contesto già infiammabile, che hanno contribuito a costruire un clima di sospetto e tensione del tutto scollegato dai riscontri investigativi.
A rafforzare la distorsione è stato il comportamento dei media mainstream, pronti a rilanciare ogni insinuazione come se fosse verità certificata. Le veline belliciste sono diventate titoli, le ipotesi si sono trasformate in “ricostruzioni”, le fonti anonime in certezze. Nessuno ha atteso le verifiche, nessuno ha messo in discussione la narrativa che puntava dritta all’Iran. Un copione che si ripete.
Il fronte negoziale
Nel frattempo, sul piano diplomatico, il Qatar continua a muoversi come mediatore tra Washington e Teheran. Doha trasmette messaggi, cerca un terreno comune, insiste sulla necessità di riaprire lo Stretto di Hormuz e di garantire la libertà di navigazione. Il portavoce Majed Al-Ansari ha ricordato che la crisi non riguarda solo il Medio Oriente, perché incide su energia, cibo, industria, e pesa sull’economia globale. Una voce di equilibrio in un panorama dominato da retoriche muscolari.
Da Teheran, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha confermato di attendere una risposta americana alle proposte discusse con il Qatar. Ha ribadito che la riapertura dello Stretto dipende dal rispetto delle condizioni fissate dall’Iran e ha smentito qualsiasi ipotesi di flessibilità sul dossier nucleare. La linea resta ferma. Nessuna concessione oltre il tema della navigazione.
La lettera dei Guardiani della rivoluzione e la posizione di Vance
A questa cornice si aggiunge la lunga lettera dei Pasdaran agli “onorevoli cittadini degli Stati Uniti”, un documento che denuncia le vittime civili della guerra, accusa Washington di violare il diritto internazionale e invita gli americani a interrogarsi sul costo, umano ed economico, del conflitto. Una mossa propagandistica, certo, ma che riflette la volontà iraniana di parlare direttamente all’opinione pubblica americana, scavalcando la narrativa ufficiale.
In questo quadro, la posizione più cauta arriva da J.D. Vance, che fin dall’inizio ha espresso scetticismo sulla pista iraniana. Il vicepresidente ha ricordato che un accordo con gli iraniani è possibile, ma deve basarsi sulle azioni e non sulle parole. Una linea pragmatica, lontana dalle pulsioni interventiste di Rubio e dei falchi dell’amministrazione.
Torna alle notizie in home