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Noi donne sole

Lo stalking che dura anni e le responsabilità di una giustizia che non arriva o arriva troppo tardi

di Redazione -


di MARIASTELLA GIORLANDINO Presidente Fondazione Artemisia ETS

Alle donne si chiede di denunciare, di trovare il coraggio, di avere fiducia nelle istituzioni. Ma a quella richiesta deve corrispondere una responsabilità precisa: ascoltarle, verificare ciò che raccontano e intervenire quando il pericolo lo richiede. Quando una donna denuncia una persecuzione e viene lasciata sola, la domanda va rivolta anche a chi amministra la giustizia: che cosa avete fatto per capire il rischio che stava correndo?

Ci sono donne perseguitate per anni. Seguite, controllate, raggiunte attraverso le persone che hanno accanto. Il persecutore può cercare informazioni da amici, familiari, colleghi, insinuarsi nelle relazioni, far arrivare messaggi anche quando ogni contatto diretto è stato interrotto. La pressione entra nel lavoro, nelle amicizie, negli spostamenti. Alla donna viene sottratta, un giorno dopo l’altro, la possibilità di sentirsi al sicuro.

Le donne lasciate sole

Davanti a «Gli uomini che odiano le donne», per riprendere il titolo del celebre libro di Stieg Larsson. E poi ci si chiede perché tante storie finiscano in tragedia. Eppure, spesso, prima c’erano state le denunce: minacce segnalate, paura raccontata, richieste di intervento.

Una persecuzione quotidiana che, quando non trova una risposta tempestiva da parte della magistratura, lascia la donna esposta al pericolo. L’uomo che la perseguita può essere chiunque: un compagno, un ex, un conoscente, un vicino di casa o una persona con cui non ha mai avuto una relazione. Il punto da affrontare è questo: perché una richiesta di protezione già arrivata alle istituzioni non è riuscita a fermare la violenza?

Le responsabilità vanno verificate nei fascicoli, confrontando le date delle denunce con quelle degli interventi. Ricevere una querela non equivale a mettere in sicurezza una donna. La domanda riguarda ciò che lo Stato ha fatto dopo essere stato informato dei maltrattamenti, delle minacce, della persecuzione.

Alle procure spetta un’attenzione particolare: dietro una donna che si mostra forte può esserci una situazione di pericolo che richiede un intervento immediato. La fermezza con cui racconta ciò che subisce non deve portare a sottovalutare le minacce o la persecuzione quotidiana. Anche chi a volte appare sicura può nascondere paura e fragilità e avere bisogno di aiuto. Ogni denuncia va valutata con tempestività e attenzione al rischio, prima che una richiesta di protezione rimasta senza risposta diventi una tragedia. Così anche uscire di casa può diventare un problema.

Si cambia strada, si rinuncia a un incontro, si controlla chi aspetta davanti al portone. Ogni tregua sembra provvisoria. Il logoramento può arrivare a consumare il sonno, la lucidità, la fiducia negli altri. E quando una donna, esausta, reagisce con rabbia o disperazione, quella reazione rischia perfino di essere usata per screditarla, separandola da tutto ciò che l’ha provocata. Accanto a questo fallimento va considerata la condizione di una donna senza soldi per un avvocato.

Immaginiamo chi non ha uno stipendio, dipende economicamente dal compagno, ha figli da mantenere e teme di non potersi permettere una difesa. Per presentare una denuncia o una querela non è obbligatorio un legale. Ma essere accompagnata nel procedimento aiuta a conoscere i propri diritti, depositare elementi utili e comprendere le comunicazioni ricevute.

La capacità di orientarsi tra uffici e atti non può diventare una condizione per essere protetta. L’immagine è quella di un gatto che gioca con un topolino bianco ferito: lo lascia muovere, gli sbarra la strada, lo colpisce e lo sfinisce. Il topolino tenta di sottrarsi, ma resta sotto il suo controllo.

Nei casi più estremi, la persecuzione può terminare nello stesso modo crudele: chi ha tenuto la vittima nella paura arriva a ucciderla. È proprio questa possibilità che una donna chiede alle istituzioni di prendere sul serio, prima che diventi realtà. Una donna non deve arrivare massacrata di botte per essere presa sul serio. Non deve aspettare un ricovero, un’aggressione devastante, un tentativo di omicidio.

La sua libertà può essere già distrutta quando sul suo corpo non compare ancora una ferita. Per quale ragione il dolore dovrebbe diventare visibile sulla pelle prima di meritare un ascolto rigoroso?

Del resto, la legge riconosce già questa realtà. L’articolo 612-bis del codice penale contempla minacce o molestie ripetute che provochino uno stato grave e persistente di ansia o paura, un timore fondato per la sicurezza propria o delle persone care, oppure un cambiamento forzato delle abitudini di vita.

Le lesioni fisiche non sono un requisito necessario del reato. La tutela dallo stalking deve dunque poter operare anche prima delle percosse. È alle procure e ai tribunali che va chiesto conto della distanza fra questo principio e le risposte concrete.

Quando una denuncia viene liquidata senza approfondire gli elementi rilevanti, quando viene assegnata a sezioni del Tribunale o a Pubblici Ministeri che si occupano di tutt’altro, tipo di frodi e reati tributari, quando una donna non viene ascoltata adeguatamente, quando i testimoni indicati restano senza voce o gli episodi vengono considerati uno per uno, perdendo il filo della persecuzione, la giustizia rischia di lasciare intatto proprio il pericolo che avrebbe dovuto valutare. La rapidità con cui si chiude un fascicolo non può diventare più importante della serietà con cui si cerca di capire ciò che contiene.

Una telefonata isolata può sembrare poca cosa. Un contatto con un’amica può apparire innocuo. Un appostamento può essere scambiato per una coincidenza. Ma il significato cambia quando questi fatti appartengono a una condotta ripetuta che invade la vita di una persona. Per comprenderla occorre ricostruire l’insieme. Frammentare una storia fino a non riconoscerla più significa rischiare di cancellare, insieme ai collegamenti, la voce di chi chiede aiuto.

Le donne uccise dopo aver denunciato rendono questa domanda terribilmente concreta. Marianna Manduca fu assassinata dal marito il 3 ottobre 2007, dopo ripetute querele per le violenze e le minacce subite. La ricostruzione giudiziaria documenta anche diversi procedimenti archiviati prima dell’omicidio. Le sue richieste di aiuto non le restituirono la sicurezza di cui aveva bisogno.

Ilenia Fabbri aveva denunciato il marito per maltrattamenti nel 2017; quel procedimento fu archiviato, come ricorda anche il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna. Il 6 febbraio 2021 fu uccisa nella sua abitazione a Faenza. Per il delitto sono diventate definitive le condanne all’ergastolo dell’ex marito, riconosciuto come mandante, e dell’esecutore materiale. Una donna aveva chiesto aiuto; anni dopo, la giustizia ha dovuto occuparsi del suo omicidio.

Queste vicende impongono di interrogare la capacità delle istituzioni di riconoscere e affrontare il pericolo. Di fronte a una donna assassinata che aveva già denunciato, il cordoglio deve accompagnarsi a domande precise: quali elementi erano disponibili? Quali accertamenti furono svolti? Come venne valutato il rischio? Perché la protezione non fu sufficiente?

Esistono anche pronunce che hanno accertato direttamente le mancanze dello Stato. Nel caso De Giorgi contro Italia, il 16 giugno 2022 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riconosciuto la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, sia per la mancata adeguata protezione di una donna e dei suoi figli, sia per l’inefficacia delle indagini sulle violenze domestiche denunciate.

Ha censurato la passività giudiziaria e la mancata comprensione complessiva della vicenda. In quel caso, l’abbandono aveva un preciso riscontro giudiziario.

La presunzione di innocenza e i diritti della difesa richiedono accertamenti seri. La richiesta delle donne perseguitate è che quegli accertamenti vengano compiuti, che il loro racconto venga verificato con attenzione e che le decisioni di chiudere un procedimento si confrontino davvero con gli elementi raccolti. Un’archiviazione fondata su un esame insufficiente può lasciare una vittima nella stessa paura, con una ragione in più per sentirsi abbandonata.

Il tempo, in queste vicende, pesa sulla vita quotidiana. Mentre un fascicolo resta fermo o viene chiuso, una donna deve continuare a lavorare, accompagnare i figli, attraversare una strada, rientrare a casa.

Può trascorrere anni a organizzare ogni gesto intorno alla paura. Anche quando non arriva l’omicidio, quegli anni di libertà perduta hanno un valore che le istituzioni devono riconoscere. Per questo bisogna puntare il dito anche contro le responsabilità di chi sottovaluta, rinvia o archivia senza il necessario approfondimento.

Chi ha il potere di decidere deve assumersi il dovere di comprendere. Servono ascolto competente, riscontri tempestivi, attenzione ai collegamenti fra gli episodi e misure di protezione adeguate al rischio. Le promesse pubbliche acquistano credibilità nel modo in cui viene trattata la singola donna che si presenta a chiedere aiuto.

«Denunciate», ci dite. Allora ascoltateci. Prima di chiudere un fascicolo, guardate la vita che continua fuori da quelle carte. Una donna non dovrebbe dover morire perché la sua paura venga finalmente riconosciuta come fondata.
Noi donne sole chiediamo di poter vivere senza sentirci braccate. E chiediamo alla giustizia di esserci mentre siamo ancora in tempo.

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