Il nuovo Report, gli orfani del dio minore Ranucci alla prova degli ascolti
Il tribunale degli ascolti: calo o il paradosso di superare il loro maestro?
Le lacrime di Report e l’orfanotrofio del fuoco sacro. Tra la commozione davanti alla dirigenza Rai, i promo da sorrisi forzati per “ingaggiare” il pubblico generalista e il fantasma di Ranucci, il nuovo corso di Rai 3 rivendica l’immunità dei giusti. Ma il vero tribunale sarà il telecomando.
Il nuovo Report
Di fronte alle telecamere e a Paolo Corsini, seduto al tavolo relatori come il convitato di pietra spedito da Viale Mazzini per addomesticare l’evento, Claudia Di Pasquale non ha retto. È scoppiata in lacrime. Ha parlato di un’estate «orribile», di «attacchi personali», di una comunità «stritolata».
Un pianto liberatorio, salutato dall’applauso compatto della redazione. Ma a guardare bene, quelle lacrime raccontano molto di più di un semplice sfogo umano: sono il sintomo plastico di una sindrome di accerchiamento.
Per trent’anni, sotto l’egida prima di Milena Gabanelli e poi di Sigfrido Ranucci, la redazione di Report si è abituata a pensarsi come un’enclave etica del tutto svincolata dalle dinamiche aziendali.
Non semplici dipendenti della TV pubblica, ma custodi di un “fuoco sacro”, un corpo scelto investito dell’immunità permanente che si deve agli inquisitori senza macchia e senza paura.
Il fantasma di Ranucci
Oggi, però, i figli di quel dio divenuto minore — un Ranucci confinato al ruolo di figurante di lusso su RaiNews24 — scoprono che la storia è cambiata. E che l’azienda pretende di sedersi allo stesso tavolo, ricordando loro che la trasmissione è un programma della Rai, non un principato indipendente.
L’impatto con la realtà produce scricchiolii grotteschi, a partire dalla comunicazione. Chi ha sempre vissuto sul campo da reporter d’assalto si ritrova improvvisamente a dover gestire la liturgia dello studio. Nel promo di lancio della nuova stagione, Di Pasquale si sforza di apparire ingaggiante, persino “simpatica”, nell’inconsueto tentativo di bucare lo schermo atteso perfino dal pubblico generalista del Crai magazine.
Il risultato è un cortocircuito. La militante dell’inchiesta dura che deve sorridere a comando per esigenze di palinsesto, convertendo il rigore in posa televisiva.
Eppure, il riflesso condizionato dell’autonominatosi santuario resta incrollabile. Non è un caso se tra i servizi di apertura della stagione spicca un’inchiesta sui presunti depistaggi legati all’attentato subito a Pomezia proprio da Ranucci.
È l’apoteosi del mito autoreferenziale. L’enclave d’inchiesta che usa la prima serata di Mamma Rai (la “mamma” anche dei loro incarichi) per erigere un monumento al proprio padre nobile esiliato, mandando un messaggio sfrontato ai vertici di Viale Mazzini?
Il tribunale dei numeri
L’esito, stasera. Ma il vero nodo su cui la redazione dovrà fare i conti non è la presenza ingombrante di Corsini né la nostalgia per Ranucci. È il cinismo dei numeri.
L’immunità morale di Report è sempre stata blindata da una sola moneta di scambio: l’8-9% di share medio garantito nei palinsesti di Rai 3.
Senza lo scudo del vecchio capo-popolo, il rischio per i “giornalisti senza macchia” è scoprire che l’aura di intoccabilità non protegge dal telecomando. E che se l’ascolto dovesse vacillare, l’illusione del fuoco sacro rischierà di spegnersi davanti alla più banale delle verità aziendali: in Rai nessuno è intoccabile.
Ma questo Paese custodisce anche una faglia di italiani incrollabili fan del “mito Report”. Il vero paradosso, se il nuovo Report fatto dagli “orfani” di Ranucci superasse il suo maestro.
Leggi tutte le news su Ranucci
Torna alle notizie in home