Omicidio Rogoredo, Cinturrino ha ammesso la messinscena
Oggi, la conferma della confessione innanzi al Gip
In una foto presa dal suo profilo social, Carmelo Cinturrino, l'agente della Polizia di Stato arrestato per omicidio di Abderrahim Mansouri
L’agente di polizia Carmelo Cinturrino ha ammesso la messinscena dell’omicidio di Rogoredo. Ha detto al suo avvocato di aver piazzato una pistola accanto al corpo di Abderrahim Mansouri. Cio, perché “temeva le conseguenze” del delitto avvenuto nel boschetto della droga di Rogoredo il 26 gennaio.
L’agente, accusato di omicidio volontario, ha confermato al suo avvocato di aver sparato mentre la vittima fuggiva. E di essersi accorto solo in quel momento che l’uomo aveva in mano un sasso e non un’arma.
Ha anche raccontato di aver chiesto a un collega di andare a prendere uno zaino in commissariato dove si trovava la pistola, poi collocata sulla scena. Lo fece, per sostenere la versione della legittima difesa. Oggi, durante l’interrogatorio davanti al Gip, confermerà questa versione. Ciò, alla luce delle indagini che lo incastrano anche con il ritardo nel chiamare i soccorsi e il Dna sull’arma a salve.
Le parole dell’agente e i dettagli della confessione
Cinturrino ha ammesso i fatti nel carcere di San Vittore, parlando con il suo difensore Piero Porciani. Al legale i dettagli sull’aver piazzato la pistola vicino al corpo di Mansouri “per paura delle conseguenze” di quanto accaduto.
Ha detto di aver esploso un colpo con la sua Beretta d’ordinanza calibro 9×19 mentre l’uomo cercava una via di fuga tra i cespugli. Precisando poi di essersi reso conto solo in quel momento che quello che Mansouri aveva in mano era un sasso e non un’arma.
Dopo lo sparo ha girato il corpo e atteso oltre venti minuti prima di allertare i soccorsi, per modificare la scena del crimine e rendere credibile la versione di legittima difesa.
La pistola, lo zaino e la messinscena
Cinturrino ha raccontato la messinscena dell’omicidio. Ha chiesto a un collega di andare a prendere uno zaino in commissariato, dicendo che sapeva cosa c’era dentro: la pistola che poi sarebbe stata collocata accanto al corpo di Mansouri.
Gli investigatori hanno poi accertato che quella arma era in realtà una replica a salve, posta successivamente nella scena del delitto. E che sulla stessa è stato trovato solo il Dna di Cinturrino. Queste risultanze scientifiche, insieme alle testimonianze e all’analisi dei tempi tra il colpo e la chiamata ai soccorsi, sono alla base dell’accusa di omicidio volontario.
Il contrasto con le evidenze investigative
Le ricostruzioni degli investigatori della Squadra Mobile di Milano e del Gabinetto Regionale di Polizia scientifica evidenziano che la vittima non impugnava alcuna arma al momento dello sparo. Oltre al fermo di Cinturrino, continuano le verifiche anche su eventuali comportamenti omissivi o di favoreggiamento da parte dei colleghi presenti sulla scena, che inizialmente avrebbero sostenuto la versione dell’agente ma poi ammesso la verità. Rivelata ai pm – dicono le cronache – “con un senso di liberazione”.
L’interrogatorio di oggi e gli sviluppi processuali
Oggi Cinturrino sarà chiamato a rispondere delle accuse davanti al Gip, dove è atteso a confermare o precisare le sue dichiarazioni rese al legale. La Procura di Milano ha motivato il fermo anche con il rischio di inquinamento probatorio, reiterazione del reato e pericolosità sociale, citando l’atteggiamento dell’indagato e gli elementi raccolti nel corso delle indagini.
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