L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Sociale

Perché gli italiani stanno cedendo al fascino sovietico?

Una mania inattesa: più che una moda, un cedimento volontario al piacere dell’imperfezione

di Andrea Fiore -


Gli orologi russi vintage sono arrivati nel mercato italiano come certi ospiti che non erano in lista ma finiscono per dominare la serata. Nessuno li aspettava, nessuno li aveva chiesti, eppure eccoli: spuntano nelle aste online, nei gruppi di appassionati, nelle conversazioni di chi pensava di essere immune al fascino sovietico. 
Non hanno la brillantezza svizzera né la narrazione patinata dei marchi occidentali. Hanno un passato ingombrante, un’estetica che non chiede di piacere, e una sincerità meccanica che oggi sembra quasi rivoluzionaria. Gli italiani ci si avvicinano con curiosità, forse perché in un mondo che vuole convincerti che tutto è perfetto, questi orologi arrivano storti, onesti, vivi
E il boom nasce proprio lì: nella voglia di qualcosa che non si è fatto bello per noi.

Non seducono, ti mettono alla prova

I modelli più cercati non sono quelli che ti accarezzano: sono quelli che ti guardano come per dire “vediamo se reggi il colpo”. Il Vostok Amphibia è il primo test, un diver progettato con una logica tutta sua, resistente come pochi e affascinante proprio perché non si sforza di esserlo. Il Poljot OKEAH è il passo successivo: cronografo della marina, movimento 3133, un carattere che non si addolcisce. Il Raketa Big Zero è minimalista in modo quasi provocatorio, mentre il Copernicus trasforma il quadrante in un piccolo sistema solare che gira come vuole lui. Il Komandirskie, con le sue varianti militari, è un invito a perdersi. Lo Slava Medical, nato per misurare pulsazioni, oggi misura solo quanto sei disposto a uscire dai soliti binari. 
Non sono orologi che cercano di conquistarti: sono orologi che ti chiedono se hai voglia di seguirli. E gli italiani, a quanto pare, sì.

Perchè ci piacciono davvero?

Il boom si vede ovunque: aste che si riempiono, pezzi che spariscono in poche ore, discussioni infinite su quadranti, restauri, storie. Ma il punto non è il mercato. Il punto è che questi orologi parlano un linguaggio che avevamo dimenticato: quello dell’imperfezione che non si scusa. Non sono morbidi, non sono accomodanti, non sono rassicuranti. Sono ruvidi, meccanici, sovietici. E in un’epoca che leviga tutto, questa ruvidità diventa quasi un sollievo. 
Piacciono perché non promettono niente. Non ti fanno sembrare migliore, non ti fanno sembrare ricco, non ti fanno sembrare altro da te. Ti ricordano solo che il tempo è un graffio che continua a muoversi.

Il collezionista non è chi pensi

Dopo tutto questo parlare di boom, modelli e tendenze, resta una verità che nessuno dice: non sono gli italiani ad aver scelto gli orologi russi. Sono gli orologi russi ad aver scelto gli italiani. Hanno trovato un pubblico stanco degli oggetti impeccabili, affamato di storie che non gli somigliano, pronto a lasciarsi contraddire da un ticchettio imperfetto. Il vero fenomeno non è la moda, né il vintage, né l’URSS che torna di moda. Il vero fenomeno siamo noi, che ci lasciamo collezionare da ciò che non avevamo previsto. 
E forse è questo il ribaltamento più onesto: non siamo noi a cercare loro. Sono loro che, ticchettio dopo ticchettio, stanno imparando a leggerci.

Leggi anche: Il polso tarocco dell’Italia contemporanea


Torna alle notizie in home