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Partite Iva “fantasma”: è finita la pacchia?

Nel primo trimestre del 2026 le aperture da parte di soggetti non residenti sono letteralmente crollate del 72,6%

di Elizabeth Costello -


Partite Iva “fantasma”, il fisco italiano scopre l’intelligenza artificiale e l’incrocio dei dati, dichiarando guerra aperta al ghost commerce.

I dati dell’Osservatorio sulle partite Iva del Dipartimento delle Finanze del Mef parlano chiaro: nel primo trimestre del 2026 le aperture da parte di soggetti non residenti sono letteralmente crollate del 72,6% rispetto allo stesso periodo del 2025.

La fine del business “apri e chiudi”

Per anni il sistema dell’e-commerce extracomunitario ha sfruttato una gigantesca falla normativa. Come confermato dalle relazioni della Corte dei Conti sul contrasto all’evasione dell’Iva, l’anomalia era sistemica. Operatori stranieri aprivano codici Iva in Italia, drenavano liquidità senza versare l’imposta e sparivano nel nulla con le loro partite Iva “fantasma”.

Il cambio di passo strutturale è arrivato con l’introduzione di controlli automatizzati in tempo reale sugli F24 e della fideiussione obbligatoria da 50mila euro in caso di riapertura dopo la cessazione d’ufficio.

Secondo i dati certificati dall’Agenzia delle Entrate, la stretta ha portato nel 2025 alla chiusura d’ufficio di ben 12mila partite Iva fittizie e al blocco di «oltre 5 miliardi e 600 milioni di euro di crediti fittizi».

L’Italia dei forfettari: rifugio o crescita?

Se da un lato si sfoltisce il sottobosco degli evasori transnazionali, dall’altro il tessuto autonomo domestico si rifugia in massa sotto l’ombrello del regime agevolato. Nel primo trimestre del 2026, ben 104.136 nuovi autonomi hanno scelto il regime forfettario. Parliamo del 56,3% di tutte le nuove aperture totali (+2,6% su base annua).

Studi di settore (tra cui i report del Consiglio Nazionale dei Commercialisti) evidenziano però il rovescio della medaglia. La flat tax all’15% stimola l’autoimprenditorialità ed evita la “vessazione” del piccolo commerciante storico. Ma rischia di creare una polarizzazione del mercato. E spinge molti professionisti a non superare mai la soglia degli 85mila euro di ricavi per evitare il salto nel regime ordinario.


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