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Esteri

Trump demolisce il dogma Ue: “Riaccendete il gas russo”

Per il tycoon è uno strumento per arrivare alla pace e alleggerire le bollette, per Bruxelles resta un tabù politico

di Ernesto Ferrante -


Donald Trump rompe un altro dei tabù che negli ultimi anni hanno guidato la politica occidentale sulla guerra in Ucraina. Secondo quanto ricostruito dal New York Times, il presidente americano considera la ripresa degli acquisti di gas russo da parte dell’Europa un possibile tassello per favorire la conclusione del conflitto e costruire un nuovo equilibrio regionale. L’idea è semplice quanto politicamente esplosiva: riattivare le infrastrutture energetiche che per decenni hanno collegato la Russia ai mercati europei, creando vantaggi economici per tutti gli attori coinvolti. Kiev tornerebbe a incassare i proventi del transito del gas, le imprese europee recupererebbero competitività e milioni di famiglie potrebbero beneficiare di costi energetici più bassi.

A settembre, nella capitale ucraina, gli emissari del tycoon Steve Witkoff e Jared Kushner hanno illustrato questo scenario a Volodymyr Zelensky. La stessa proposta sarebbe stata sottoposta anche a funzionari europei. La risposta di Bruxelles è stata un netto rifiuto.

Il pragmatismo americano e il muro dell’Ue

La distanza tra Usa ed Unione europea non potrebbe essere più evidente. Da una parte c’è Trump, che ragiona in termini di interessi economici, stabilità dei mercati e negoziati. Dall’altra c’è un’Unione europea che continua a considerare le sanzioni come l’architrave della propria strategia verso Mosca, nonostante i costi economici e industriali accumulati negli ultimi anni. Non è un caso che il segretario di Stato Marco Rubio abbia spiegato la scelta dell’amministrazione americana di sospendere per 60 giorni nuove misure punitive contro la Russia. L’obiettivo dichiarato è valutare l’impatto complessivo delle sanzioni e dei dazi sull’economia globale e su quella statunitense. Un approccio che riflette la filosofia trumpiana: verificare ciò che funziona e correggere ciò che produce effetti indesiderati.

Bruxelles, al contrario, continua a perseguire l’obiettivo dell’azzeramento delle importazioni energetiche russe. Una tattica contorta che ha ridotto drasticamente la quota di gas proveniente da Mosca ma che ha anche contribuito a spingere verso l’alto i costi energetici per famiglie e aziende europee.

Kiev chiede altri fondi mentre cresce la stanchezza occidentale

Lo scontro strategico si intreccia con un’altra questione destinata a pesare sempre di più nel dibattito europeo, quella del costo del sostegno all’Ucraina. Negli ultimi mesi Zelensky ha intensificato gli appelli agli alleati occidentali, chiedendo a più riprese nuove risorse finanziarie e militari per sostenere un Paese che affronta enormi difficoltà economiche dopo oltre quattro anni di guerra. L’ultima è di altri 70 miliardi di euro, accompagnata dalla minaccia di 20 milioni di profughi in Europa se il suo Paese dovesse cadere. Sullo sfondo restano anche i problemi strutturali che da anni accompagnano l’Ucraina, dalla debolezza economica alle persistenti accuse di corruzione che hanno investito diversi livelli dell’apparato statale. Il presidente ucraino continua a sollecitare un impegno sempre maggiore da parte dell’Europa, mentre nelle capitali dell’Unione cresce il dibattito sull’efficacia di una strategia fondata su sanzioni, aiuti e sostegno finanziario a tempo indeterminato.

Per Trump, la priorità è fermare la guerra attraverso un compromesso negoziale, anche a costo di infrangere le ortodossie diplomatiche degli ultimi anni. Per l’Ue, al contrario, la pressione economica sulla Federazione russa resta una scelta politica da difendere fino in fondo.

Il nodo della pace

Volodymyr Zelensky guarda con crescente preoccupazione alle aperture della Casa Bianca verso il Cremlino. Il presidente ucraino teme che il congelamento di nuove sanzioni possa rappresentare soltanto il primo passo di un percorso più ampio di distensione tra Washington e Mosca. Eppure proprio qui emerge la frattura che oggi attraversa l’Occidente. Donald Trump ritiene che nessuna guerra finisca senza una trattativa e che ogni strumento utile a crearne le condizioni debba essere valutato, compreso il ritorno del gas russo sul mercato europeo. Gli euroburocrati, invece, continuano a considerare l’isolamento economico della Russia un obiettivo politico prioritario.

Il risultato è un paradosso sempre più evidente. Mentre gli Stati Uniti esplorano margini di dialogo con Mosca e mettono in pausa nuove misure punitive, l’Unione europea resta ancorata a una linea che finora non ha modificato gli equilibri sul campo ma ha avuto pesanti ricadute sui costi dell’energia e sulla competitività del continente.

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