Povera Lega: si aggiunge la farsa di Pontida per puntellare un cadavere politico
La cena romana tra Matteo Salvini e i governatori leghisti, consumata in un clima di ignava tregua armata in vista dell’ennesima sceneggiata di Pontida, non suggella alcuna vera pace ma fotografa impietosamente l’agonia terminale di un partito svuotato e ostaggio di una classe dirigente alla quale manca il coraggio di andare fino in fondo, incapace di guardare in faccia la realtà e di ammettere che la leadership di Salvini, logorata da anni di fallimenti e di derive destrorse fuori tempo massimo, è politicamente irresuscitabile e radicalmente antitetica alle esigenze profonde dei territori produttivi del Nord.
L’accordo
La decisione dei governatori di cedere, deporre le armi e di fare un accordo a ribasso per poter mettere qualcuno nelle future liste elettorali rappresenta un tradimento imperdonabile e un calcolo miope, giacché recarsi a Canossa per offrire una patetica facciata di unità significa calpestare la storia di un movimento pur di preservare quattro poltrone romane e blindare il proprio piccolo orticello di potere locale.
Il confronto impietoso con la stagione eroica di Umberto Bossi misura plasticamente il baratro in cui il Carroccio è precipitato. Il fondatore, pur con la salute compromessa, possedeva una visione strategica granitica, un radicamento viscerale nella questione settentrionale e la capacità di costruire un progetto federale ed espansivo, mentre Salvini ha ridotto il partito a una succursale nazionalista e di destra subalterna, azzerandone la spinta propulsiva e confinandolo nell’irrilevanza.
È un insulto all’intelligenza degli elettori che tre presidenti di Regione forti di un consenso reale non abbiano avuto gli attributi per imporre un esautoramento netto a un segretario ormai buono solo a raccogliere percentuali da prefisso telefonico, preferendo la conservazione burocratica al coraggio di una rottura salvifica. Questo patto scellerato, siglato per tenere in vita una facciata insignificante, non fa che allontanare definitivamente la Lega dalla sua gente, strozzare gli orizzonti dell’intero centrodestra e infliggere il colpo di grazia a un’identità svenduta al mercato nero del carrierismo politico. La Lega così facendo potrà ambire a riprendere massimo uno o due punti percentuali da qui alle politiche. Perché il frontman è fondamentale, e qui il frontman non funziona più. Confinandosi in questo spazio ristretto e dalla visione limitata, la Lega blocca se stessa e le ambizioni di rilancio di tutto il centrodestra.
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