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Politica

Lega, Salvini riconfermato vertice ma c’è l’ipoteca del 24% sul futuro

Pesa pure la battuta di Giorgetti: "Facciamo entrare chi ha più consensi"

di Angelo Vitale -

Matteo Salvini riconfermato al vertice della Lega


Il boato liberatorio della sala dell’Allianz MiCo e l’applauso prolungato dei delegati hanno sigillato nel primo pomeriggio l’esito del Congresso federale straordinario della Lega. Matteo Salvini incassa la riconferma per il suo quarto mandato consecutivo e guiderà via Bellerio per altri quattro anni, fino al 2030.

Salvini riconfermato vertice della Lega

Eppure, al di là dell’esultanza dei fedelissimi e della liturgia dell’unità ritrovata, l’appuntamento ha restituito un partito profondamente diverso da quello delle acclamazioni a scheda bianca. Per la prima volta dopo oltre un decennio di leadership incontrastata, il dissenso interno ha trovato cifre, nomi e una precisa collocazione geografica.

L’aritmetica dell’urna: i numeri dello spoglio

La contesa a scrutinio segreto contro lo sfidante Massimo Garavaglia — senatore, ex ministro del governo Draghi e alfiere dell’area settentrionale — ha misurato con precisione notarile la tenuta dell’apparato. A Matteo Salvini 465 voti, pari al 76,1% dei voti validi espressi per i candidati. A Massimo Garavaglia 146 voti, pari al 23,9% delle preferenze.

La platea e la partecipazione

Su un bacino complessivo di 705 delegati accreditati da tutta Italia, le schede valide attribuite ai due sfidanti sono state 611. Lo scarto di 94 schede raccoglie il perimetro delle schede bianche, delle nulle e di coloro che hanno preferito non ritirare la scheda. Attestano il consenso assoluto di Salvini attorno al 66% dell’intera assemblea federale.

I rapporti di forza dell’apparato hanno dunque retto. L’appoggio blindato di 104 segretari provinciali su 114, la quasi totalità dei segretari regionali e la truppa ministeriale con Calderoli, Locatelli e Valditara. Hanno garantito a Salvini un margine mai realmente in discussione per la vittoria.

La scena e i virgolettati

L’abbraccio sul palco, la sfida di Salvini e la stoccata di Giorgetti. Subito dopo la proclamazione ufficiale del voto, la regia congressuale ha orchestrato il disarmo mediatico delle tensioni. Salvini ha citato e ringraziato apertamente Garavaglia, chiamandolo al centro del palco. Un lungo abbraccio a favore di telecamere per dissipare sul nascere ogni tentazione scissionista.

Ma è sui contenuti politici che il segretario uscente ha voluto immediatamente incassare i dividendi della rielezione. Lancia un messaggio a Palazzo Chigi e agli alleati di maggioranza sul terreno scivoloso della politica estera.

“Questo congresso, se mi risceglierete come segretario, mi darà il mandato di andare in Consiglio dei ministri a portare la posizione chiara della Lega: non possiamo continuare a mandare soldi all’Ucraina2, aveva detto stamattina.

Un affondo scandito chiamando la sala a raccolta: «Alzi la mano chi ritiene che io abbia questo mandato». La conferma della volontà di capitalizzare l’investitura congressuale per stringere i bulloni identitari all’interno del governo Meloni.

A fare da contraltare al trionfalismo della presidenza, il commento fulmineo e felpato di Giancarlo Giorgetti. Rimasto per due giorni in prima fila senza aver firmato per alcuno dei due contendenti, il ministro dell’Economia ha fotografato lo spoglio. Una battuta dal peso politico inequivocabile: “Facciamo entrare chi ha più consensi”.

Poche parole che nei capannelli dei delegati sono risuonate come un avviso di garanzia per la futura gestione. La nuova classe dirigente non potrà essere selezionata per mera cooptazione o fedeltà correntizia, ma dovrà rispecchiare la reale forza elettorale e territoriale del movimento.

Statuto e identità: l’addio a «Salvini premier» e la cabina a 9

L’assise straordinaria ha inoltre approvato modifiche sostanziali all’architettura interna e alla simbologia del partito. Nasce un organismo collegiale ristretto composto da 9 membri più il coordinatore federale. Entrambi i ruoli restano di nomina (e revoca) del segretario federale. Si configurano come un terreno di compensazione dove Salvini dovrà decidere quanto spazio concedere alle istanze dei territori e a figure come Luca Zaia.

Il cambio del simbolo

Si archivia definitivamente la dicitura “Lega Salvini premier”. Resa superata anche dal quadro elettorale, recupera l’espressione di conio bossiano “Italia federale”, conservando al centro la tradizionale figura di Alberto da Giussano.

Tre chiavi di analisi

Dietro la nettezza del 76% a 24%, il congresso consegna tre indicazioni strategiche destinate a condizionare la vita del Carroccio.

La corazzata di via Bellerio ha tenuto, ma l’era del plebiscito è finita. Nel precedente congresso federale di Firenze Salvini fu acclamato all’unanimità. Al MiCo, l’esistenza stessa di una competizione a scrutinio segreto ha infranto il tabù dell’intangibilità del leader.

Salvini ha dimostrato che la rete dei territori, dei parlamentari e dei quadri intermedi risponde ancora a lui, ma la gestione verticistica non potrà più prescindere dal confronto interno.

Il 24% di Garavaglia è una minoranza strutturata, non una testimonianza. Lo sfidante si era presentato con le 80 firme minime regolamentari. Dall’urna sono uscite 146 schede a suo favore. Quasi un delegato su quattro ha scelto il segreto dell’urna per esprimere dissenso verso la linea nazionale e sovranista.

Come aveva profetizzato il capo dei dipartimenti leghisti Armando Siri, il voto ha avuto l’effetto di portare alla luce il “dissenso” che finora covava sottotraccia. Quella lombarda guidata da Attilio Fontana e Massimiliano Romeo non è più una fronda isolata, ma una corrente di fatto che chiede federalismo e macro-aree regionali.

La cambiale dei governatori del Nord

Il dato politico più rilevante resta la condotta di Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti. Non hanno firmato per Salvini né per Garavaglia, sottoscrivendo invece la mozione nordista di Riccardo Molinari. Per loro importante la centralità irrinunciabile della questione settentrionale e dell’autonomia differenziata

I governatori hanno scelto di non bruciarsi nella contesa nominale, ma hanno posto un vincolo stringente sul tavolo del segretario. L’autonomia e la difesa del tessuto produttivo del Nord non sono più negoziabili in cambio di battaglie di puro posizionamento romano.

La Segreteria a 9 membri sarà il primo banco di prova. Se Salvini la utilizzerà per allargare realmente la collegialità agli amministratori del Nord, il Carroccio troverà un equilibrio. Se la ridurrà a un organo di ratifica, il 24% emerso dall’urna milanese continuerà a scavare faglie profonde fino alle politiche del 2027.

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