Ranucci e il “metodo Report”: quando il giustiziere deve guardarsi allo specchio
C’è una parola che Sigfrido Ranucci conosce benissimo, perché la usa spesso come clava contro gli altri: responsabilità. Peccato che, a quanto pare, valga per tutti tranne che per lui.
Nel febbraio 2022, il direttore del Riformista Piero Sansonetti portò all’attenzione dell’opinione pubblica quello che definì il “metodo Report”: filmati acquistati per demolire la reputazione di un politico, pagati attraverso un raggiro, con freelance cui veniva chiesto di inviare in forma anonima i materiali compromettenti e poi fatturare alla Rai un servizio privo di interesse giornalistico, come immagini grezze dalla Calabria, per mascherare il vero pagamento. Non giornalismo d’inchiesta, insomma. Dossieraggio industriale con i soldi del contribuente.
La vicenda, nella sostanza, risaliva al 2014: Sergio Borsato, produttore veneto, aveva architettato con l’allora sindaco di Verona Flavio Tosi un’operazione per incastrare Ranucci, facendogli credere di avere video compromettenti sul primo cittadino. Tosi depositò in procura le registrazioni degli incontri, accusando il giornalista di dossieraggio illecito con fondi neri Rai. Le accuse caddero: le perizie rilevarono audio manipolati, e alla fine fu Tosi a essere condannato per diffamazione.
Fin qui, la versione ufficiale di Ranucci. E fin qui, potremmo anche dargliene atto.
Il problema è un altro. Il problema è il metodo, non solo il caso Tosi. In Commissione di vigilanza Rai, il conduttore di Report aveva scritto a parlamentari di avere «78 mila dossier su tutti i politici», minacciando di «scatenare le telecamere» contro chi osava criticarlo. Parole da padrino di quartiere, non da giornalista del servizio pubblico.
E poi c’è il capitolo che mi riguarda direttamente. Ranucci mi accusò. Le accuse caddero. Tutte. Si è scusato? Ha rettificato? No. Aspetto da due anni. Ho ancora tre anni di tempo per valutare se rivolgermi ai giudici: e la pazienza, si sa, non è infinita (anche se le amicizie di Ranucci tra le procure intimoriscono – ingiustamente – molti uomini comuni).
Me la prendo ancora un po’, per rispetto alla categoria che condividiamo, nella speranza che a Viale Mazzini qualcuno gli ricordi che il giornalismo ha regole, e che quelle regole valgono anche quando sei tu a sbagliare bersaglio.
Perché è proprio questo il paradosso grottesco di tutta la vicenda: un programma che si erge a tribunale della nazione, che punta il dito contro chiunque, che si fa scudo dell’interesse pubblico — e poi, quando è chiamato a rispondere dei propri errori, tace. Sparisce. Si nasconde dietro le perizie che lo assolvono e dimentica comodamente le vittime collaterali delle proprie imprecisioni.
La deontologia giornalistica non è un optional da tirare fuori solo quando fa comodo accusare. Vale anche — e soprattutto — quando si tratta di correggere, rettificare, chiedere scusa. L’Ordine dei Giornalisti di Roma organizza periodicamente corsi di aggiornamento professionale su questi temi. Li consiglio. Magari con una corsia preferenziale per chi conduce trasmissioni di punta su una rete pubblica pagata da tutti noi.
Perché la Rai, che vive del canone versato dai cittadini, non può permettersi giornalisti che si sentono al di sopra delle regole che pretendono di applicare agli altri. O quelle regole valgono per tutti, o non valgono per nessuno, perché c’è distinzione da essere un giornalista potente ad essere uno pre-potente!
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